“Il proletariato, immensa maggioranza che lotta a favore dell’immensa maggioranza, come recita il ‘Manifesto del partito comunista’, può far sì che alla società divisa in classi subentri un’associazione in cui “il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”, espressione, questa, che ricorda peraltro il mai veramente affossato tragitto della democrazia-essenza. Come può avvenire ciò? Con la conquista della democrazia, e cioè con l’elevarsi del proletariato a classe dominante. E che cos’è la democrazia conquistata? È il governo forte della maggioranza. Tale reggimento politico fondato sulla strabiliante potenza del numero, non può che effettuare interventi dispotici (despotische Eingriffe) nei rapporti di proprietà. Il governo dei poveri, come Aristotele aveva intuito, è del resto, e di fatto, un governo contro i ricchi. La democrazia, come sosterrà il commentatore americano di Marx Hal Draper, è di per sé, in Marx, la dittatura, intesa come magistratura provvisoria, della democrazia stessa. Essa è così anche la dittatura della maggioranza che l’industria e la storia stanno rendendo socialmente omogenea. La democrazia è infine la dittatura del proletariato, espressione che Marx usa una prima volta nel 1850, in polemica, con tutta probabilità contro i liberali censitari che avevano individuato nella democrazia una dittatura popolare e il grido di guerra sociale. L’espressione “dittatura del proletariato”, d’altra parte, compare in tutto sole 12 volte nelle opere di Marx ed Engels. La democrazia-numero, comunque, non verrà più abbandonata, pur permanendo sempre sullo sfondo la democrazia-essenza. Il 25 agosto 1852, conclusasi da tempo la stagione rivoluzionaria quarantottesca, Marx, sul ‘New York Daily Tribune’, scrive comunque, deluso dalla tragica parabola ella seconda repubblica francese, che “in Inghilterra conseguire il suffragio universale costituirebbe una misura di gran lunga più socialista di qualsiasi altra cosa sia stata onorata con questo nome sul continente”. Marx si illude tuttavia che la società industriale possa semplificare al massimo i rapporti sociali e fare del proletariato l’immensa maggioranza. Non esisterà mai un territorio dicotomico popolato, sic et simpliciter, da pochi borghesi e molti proletari. La società infatti, saprà resistere all’aggressione della logica economica disegnata da Marx e si dispiegherà secondo morfologie cangianti nel tempo e sempre più complesse. L’analisi sociologica di Eduard Bernstein constaterà in proposito elementi decisivi. Ancora nel 1891, tuttavia, otto anni dopo la morte di Marx, il vecchio Engels, quello che sta per anticipare la revisione di Bernstein, scrive, nella critica del programma di Erfurt, che “la repubblica democratica è la forma specifica della dittatura del proletariato”. È questa la dodicesima volta che l’espressione compare nel lessico marxengelsiano. Ed è anche l’ultimo atto di fede nelle virtù ipso facto redentrici della democrazia-numero” (pag 116-117) [Bruno Bongiovanni, Stati, nazioni, democrazie. Storiografia e tragitti politici, Unicopli, Milano, 2019]