“[Il] loro primo scritto comune, [fu] la ‘Critica della Critica critica’, come essi stessi lo battezzarono, o ‘La sacra famiglia’, come lo intitolarono su proposta dell’editore. Gli avversari lo schernirono subito perché sfondava delle porte aperte, e anche Engels pensava, nel ricevere il libro finito, che era una cosa molto in gamba, ma comunque troppo lunga; il sovrano disprezzo con cui la ‘Critica critica’ era trattata stava in netto contrasto con i ventun fogli e mezzo di stampa del libro; la maggior parte di esso sarebbe rimasto incomprensibile al grosso pubblico e non avrebbe avuto un interesse generale. Oggi questo giudizio coglie nel segno incomparabilmente più che allora, ma nel frattempo lo scritto ha acquistato un’attrattiva che non poteva essere apprezzata quando apparve, per lo meno non tanto quanto può essere apprezzata oggi. Un critico moderno, dopo aver biasimato le sofisticherie, i ghirigori e perfino le storture del pensiero dello scritto, dice subito che esso contiene alcune delle più belle manifestazioni del genio, che anche per la maestria della forma e per la aurea concisione della lingua appartengono a quanto di meglio Marx abbia mai scritto. In queste parti del libro Marx si rivela un maestro di quella critica costruttiva che batte l’immaginazione ideologica per mezzo della realtà positiva, che mentre distrugge crea, mentre demolisce ricostruisce. Alla fraseologia critica di Bruno Bauer sul materialismo francese e sulla rivoluzione francese Marx contrappone brillanti scorci di questi avvenimenti storici. Alle chiacchiere di Bruno Bauer sul contrasto tra «spirito» e «massa», «idea» e «interesse», Marx risponde freddamente: «L’idea ha fatto sempre una brutta figura tutte le volte che era separata dall’interesse». (…) Come Marx, di fronte alla “Critica critica” si rifaceva alla rivoluzione francese, così Engels si rifaceva all’industria inglese. In questo egli aveva a che fare col giovane Faucher, che tra i collaboratori della ‘Allgemeine Literaturzeitung’ era quello che teneva più conto della realtà terrena; è spassoso leggere come allora egli sapeva analizzare con esattezza quella legge capitalistica dei salari che venti anni più tardi, all’entrare in scena di Lassalle, doveva condannare nel profondo dell’inferno come una «balorda legge ricardiana» (…) Engels e Marx non hanno ancora cancellato del tutto il loro passato filosofico; sin dalle prime parole della prefazione essi danno rilievo all’«umanesimo positivo» di Feuerbach contro l’idealismo speculativo di Bruno Bauer. Essi riconoscono senza riserve i geniali sviluppi di Feuerbach, il suo merito di aver fornito elementi importantissimi e magistrali per la critica di ogni metafisica, di aver messo l’uomo al posto dell’antico sfruttatore, anche dell’autocoscienza infinita. Ma essi passano sempre al nuovo dall’umanesimo di Feuerbach al socialismo, dall’uomo astratto all’uomo storico, e nel mondo del socialismo, fluttuante in caotica confusione, riescono sempre a orientarsi con meraviglioso acume. Essi svelano il segreto delle divagazioni socialistiche, di cui si compiaceva la borghesia satolla. La stessa miseria umana, l’infinita abiezione costretta a ricevere l’elemosina, servono di divertimento all’aristocrazia del denaro e della cultura, di appagamento del suo egoismo, di solletico al suo orgoglio: altro senso non hanno le molte associazioni di beneficenza in Germania, le molte società benefiche in Francia, le numerose donchisciottesche benefiche in Inghilterra, i concerti, i balli, gli spettacoli, i pranzi per i poveri, e anche le sottoscrizioni pubbliche per gli infortunati” (pag 100-101; 102-103)

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