“‘L’economia politica del rentier’, scritta da  Bucharin ventiseienne nei primi anni dell’esilio, vuole essere una “critica sistematica delle teorie economiche della borghesia moderna”. Il modello che l’Autore tiene di fronte sono le ‘Teorie del plusvalore’, ossia una ricerca in cui storia e teoria si intrecciano continuamente e dalla quale il marxismo esce arricchito al termine di un’analisi critica “delle teorie dell’avversario” che è contemporaneamente di “ordine sociologico e metodologico”. Alla critica dell’economia politica condotta da Marx l’ideologia borghese oppone, secondo Bucharin, due alternative: la scuola storica e la scuola austriaca. La prima nasce in Germania come reazione al cosmopolitismo della scuola classica inglese, trovando nel protezionismo necessario allo sviluppo dell’industria tedesca le premesse sociali di un discorso “teorico” che nega appunto la possibilità di qualsiasi teoria generale, limitando i compiti della ricerca economica alla collazione di dati empirici. Risultati di questo tipo di ricerche saranno sempre delle monografie storiche e mai una teoria economica in grado di ricavare delle leggi generali dall’esame e dal confronto delle situazioni empiriche. Alla scuola storica e al suo eclettismo minuzioso si oppone la scuola austriaca con la riscoperta passione per le “leggi generali”. Se la prima aveva le sue radici nella borghesia tedesca e nel suo appoggio allo sviluppo dell’industria nazionale, la seconda trova la base del suo successo (20) nei ‘rentiers’, ossia in quel particolare settore della borghesia che non partecipa più all’attività produttiva e al commercio (21), ma vive di interessi muovendosi esclusivamente nella sfera del consumo, prodotto secondario, ma non troppo, della egemonia del capitale finanziario. Punto di partenza della scuola austriaca è l’esploratore sperduto nel deserto, il naufrago e così di seguito, tutti esempi che nulla hanno a che fare con il lavoratore salariato e la merce capitalistica, figure dominanti nel modo di produzione moderno. Di fronte a questi problemi il soggettivismo della scuola austriaca si rivela assolutamente impotente in quanto non riesce ad incontrare i nodi decisivi dell’economia capitalistica. “L’oggettivismo” dell’analisi marxiana, che Bucharin contrappone al soggettivismo di Böhm-Bawerk, è l'”oggettivismo” del modo di produzione capitalistico. “Nell’economia di mercato, infatti – scrive Bucharin -, avviene il processo di “cosificazione” dei rapporti umani, nel quale le “espressioni cosificate”, per il carattere obiettivo dello sviluppo, conducono un’esistenza autonoma, “indipendente”, sottoposta a leggi specifiche proprie solo di questo tipo di esistenza”. Scopo della scuola austriaca è scoprire le “leggi generali” dell’economia muovendo da quello che le sembra il punto di partenza più concreto; e cosa può esservi di più concreto dei bisogni e delle inclinazioni dell’individuo, del singolo consumatore? L’itinerario quindi è dall’individuale al sociale, dalla “parte al tutto”. Ma il metodo che sembrava il più concreto si rivela strada facendo come il contrario (nella società sviluppata, gli individui operano non come condizioni o presupposti della società, bensì come condizionati o risultati della stessa), inoltre i tratti specifici della moderna produzione capitalistica, che si esprimono al livello del consumo nei prezzi di mercato e in quantitativi determinati di merci di una certa specie, vengono introdotti come “dati” sui quali si fonda la valutazione soggettiva dell’individuo che dovrebbe poi spiegare l’origine del valore. Le astrazioni della scuola austriaca si rivelano in tal modo piene dei contenuti empirici della società capitalistica, non spiegati, ma presupposti. La teoria del valore soggettivo, che poggia sulla valutazione individuale dell’utilità di un bene, costituisce la base della teoria del profitto, o meglio, come fa intendere Bucharin, è lo strumento di cui si serve la scuola austriaca per attaccare la teoria del valore-lavoro di Marx e togliere così la base oggettiva alla deduzione del profitto dal plusvalore, espressione immediata dello sfruttamento della forza-lavoro; non a caso Böhm-Bawerk, dopo aver definito il capitale come un “prodotto intermedio” che viene utilizzato in un processo di produzione più lungo (implicando quindi una maggiore “attesa”) ricava il profitto dala valutazione diversa che operai e capitalisti fanno dei beni presenti e dei beni futuri (i beni presenti valutati più dei beni futuri da parte degli operai) e dalla trasformazione dei beni futuri (lavoro) in beni presenti dopo un periodo di “attesa”; (…)” [prefazione di A.G. Ricci al volume di N.I. Bucharin, L’economia politica del ‘rentier’, 1970] [(20) Quanto grande sia questo successo lo potrà constatare il lettore che ritroverà nei ragionamenti del principale esponente della scuola austriaca, Böhm-Bawerk, tutti i caratteri di una mentalità che è tuttora la più comunemente diffusa. La “psicologia del consumatore” cui si riduce l’analisi marginalistica costituisce ancora oggi il punto di partenza di molti manuali di economia politica (…); (21) “La teoria “austriaca” esprime l’ideologia del borghese ormai eliminato dal processo di produzione, del borghese ‘sul viale del tramonto’ (Bucharin)]

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