“Tutta l’opera dedicata da questo autore [Guérin] alle lotte di classe durante la prima Repubblica, ispirata a schemi rigidamente classisti, è volta a sostenere la tesi che la politica del governo montagnardo fu una politica borghese, di classe, contraria agli interessi dei sanculotti: ed egli ha criticato particolarmente il ruolo esercitato da Robespierre a questo riguardo. Non è qui possibile esaminare a fondo la tesi del Guérin, in quanto si tratterebbe di riassumere i due lunghi volumi che costituiscono il suo libro, il quale è basato su una indagine delle vicende rivoluzionarie dal 1793 al 1797, e non prende in considerazione a fondo i discorsi di Robespierre: secondo il Guérin, la posizione di Robespierre fu quella di un intermediario fra la borghesia e la plebe, fra i montagnardi e i sanculotti, ma al servizio, nell’interesse dei primi; ciò è testimoniato dall’aspra lotta condotta da Robespierre contro gli ‘enragés’ e gli hebertisti. La caduta di Robespierre sarebbe essenzialmente dovuta, secondo il Guérin, alla rottura con i colleghi della borghesia montagnarda sui due problemi religioso e militare (26). Il Guérin svolge una decisa critica della tesi del Mathiez, qualificando, in particolar modo, i decreti di ventoso una «manovra demagogica» del governo montagnardo contro l’hebertismo (27), e nega ogni rapporto di derivazione tra l’ideologia di Babeuf e quella di Robespierre, sostenendo che le affermazioni contrarie dei babuvisti erano frutto della loro incapacità di vedere chiaro nel gioco della borghesia rivoluzionaria (28). L’interpretazione che ho definito «intermedia» parte da una garbata critica al Mathiez, al quale rimprovera di avere troppo «modernizzato» la posizione di Robespierre, fino a farlo apparire un socialista: il più insigne fra i sostenitori di questa tesi è il Lefebvre, cioè proprio un allievo di Mathiez. Per il Lefebvre, come per il Mathiez, Robespierre, «apôtre de la démocratie politique… a fini par s’inscrire aussi, avec Saint-Just, parmi les protagonistes de la démocratie sociale»: tuttavia il Lefebvre nega che Robespierre avesse l’idea «de bouleverser l’organisation de la société et de retirer à la bourgeoisie la prédominance que la Révolution de 1789 lui avait assurée»; in realtà, egli aveva una formazione puramente letteraria e giuridica, per la quale «l’analyse de l’économie et de la structure sociale cédait le pas au rapport des forces politiques…» (29). L’ideale sociale di Robespierre è un ideale piccolo-borghese: «c’est une societé de petits producteurs, chacun possédant une terre, un petit atelier, une boutique, capable de nourrir sa famille et échangeant ses produits directement contre ceux de ses égaux» (30). Per il Lefebvre, inoltre, la portata dei decreti di ventoso era assai minore di quella che era sembrata al Mathiez (31). La tesi del Lefebvre è stata ripresa ed approfondita dal Soboul (…). Anche il Soboul ritiene esagerata l’importanza attribuita dal Mathiez ai decreti di ventoso, che, fatta salva la buona fede di Robespierre e di Saint-Just (contrariamente a quanto pensa il Guérin), devono «être ramenés à la mesure d’une manoeuvre tactique, pour contrecarrer la propagande avancée» (33). Da un angolo visuale non dissimile si muove l’interpretazione del Galante Garrone, il quale polemizza da un lato con il rozzo schematismo classista del Guérin, e ritiene dall’altro eccessiva la tendenza del Mathiez «a sopravalutare il significato sociale del robespierrismo» (34) (…). Anche per Galante Garrone Robespierre non è un precursore del socialismo, bensì un democratico piccolo borghese (36). Lo storico sovietico Manfred ha anch’egli criticato l’interpretazione del Mathiez, qualificandola «eine starke Modernisierung» (37), e ha definito Robespierre come «ein grosser bürgerlicher Revolutionär (…)» (38). Anche il Manfred, criticando l’interpretazione di Louis Blanc, afferma l’esistenza di numerose contraddizioni nella dottrina di Robespierre (39). L’interpretazione di questo autore (come quella di Lefebvre e del Soboul) si riallaccia al pensiero di Marx, alla concezione marxiana del significato della Rivoluzione francese: questa è per Marx la tipica rivoluzione politica, e ciò costituisce il suo limite, spiega la sua incapacità, anche nel momento di massima energia politica rivoluzionaria, espresso dalla Convenzione, di risolvere la questione del pauperismo: «Die klassische Periode des politischen Verstandes ist die französische Revolution. Weit entfernt, im Prinzip des Staats die Quelle der sozialen Mängel zu erblicken, erblicken die Heroen der französische Revolution vielmehr in der sozialen Mängeln die Quelle politischer Überstände. So sieht Robespierre in der grossen Armut un dem grossen Reichtum nur ein Hidernis der reinen Demokratie. Er wünscht daher eine allgemeine spatanische Frugalität zu etablieren» (40). (…) Marx ha ragione quando afferma che i Giacobini vedevano nel pauperismo un male essenzialmente politico, e che Robespierre considerava la povertà e la ricchezza estreme un ostacolo alla pura democrazia politica. In realtà, il robespierrismo consiste nel tentativo di costruire una democrazia pura, rigenerata moralmente, non legata a una struttura di classe: quanto ora detto si ricollega alle osservazioni fatte in sede di esame del pensiero morale di Robespierre, relative alla sua concezione della Rivoluzione come rinnovamento morale totale, e non come mero trasferimento del potere di una classe all’altra. La concezione sociale robespierriana tende a una comunità di individui retti da un sistema di media eguaglianza tra loro, aventi una proprietà di limitate proporzioni: anche a questo scopo sono rivolti il principio della virtù e la morale del cittadino. Il tentativo di Robespierre costituisce il supremo sforzo di far uscire, dall’alveo stesso della Rivoluzione «borghese», una democrazia pura, non classista, formata da ‘citoyens’ e non da ‘bourgeois’. Lo stesso Mathiez, che pure vede in Robespierre un pre-socialista, ha confermato questo, affermando che Robespierre contrapponeva il diritto ‘umano’ al diritto borghese, i diritti di un popolo e dell’umanità intera ai diritti di una classe” [Mario A. Cattaneo, ‘Libertà e virtù nel pensiero politico di Robespierre’, Milano, 1968] [(26) Guérin, ‘La lutte de classes’, cit., vol. II, cap. XIV; (27) Guérin, op. cit., vol. II, pp. 95-98; (28) Guérin, op. cit, vol. II, pp. 349-354. Si può ricordare a questo proposito una frase, vicina alla tesi del Guérin, nella sostanza, nonché nella preconcetta e violenta avversione per Robespierre, di uno studioso italiano (che pure parte da premesse ideologiche assi diverse): M. Ciardo, ‘Illuminismo e Rivoluzione francese’, Bari, 1942, pp. 96-97: «Se il Robespierre fosse stato un rivoluzionario dalla logica chiara e diritta, e, sul serio, l’unico e sincero amico del “povero popolo” e non già, quale egli in realtà era, un’anima di livido e vile ambizioso sotto la maschera ipocrita dell’incorruttibilità e della virtù, avrebbe certamente avuto la risolutezza e il coraggio, per la felicità del suo popolo, di tentare il passaggio dalla democrazia politica e spirituale del Rousseau a quella economica, ottusa e antispirituale del Babeuf»; (29) G. Lefebvre, ‘À la mémoire de Maximilien Robespierre’, nel volume cit. a cura di W. Markov, p. 10; (30) Lefebvre, ‘Sur la pensée politique de Robespierre’, in Etudes sur la Révolution française’, Paris, 1963, pp. 146-7. Il Catalano, ‘Robespierre destalinizzato’, “Avanti!”, 8 maggio 1957, p. 3, afferma che il socialismo di Robespierre «ha ben poco del successivo socialismo scientifico, se è vero che questo non approva e non difende una società di piccoli proprietari, bensì il passaggio dei mezzi di produzione della terra, ecc., in proprietà collettiva». Analogamente il Dal Pane, ‘Una biografia di Robespierre’ (recensione al Korngold), in ‘Fatti e teorie’ (Quaderni di scienze storiche e sociali), Milano, 1948, p. 80, afferma: «…un progetto volto a creare dei nuovi piccoli proprietari non è socialismo, anzi è l’opposto de
l socialismo. L’ideale della piccola proprietà è oggi, se mai, quello del riformismo cattolico!»; (31) Lefebvre, ‘Sur la pensée’, cit-, pp. 48-49; (33)  Soboul, ‘La Révolution française’, Paris, 1962, vol. II, pp. 80-81; (34) A. Galante Garrone, ‘Buonarroti e Babeuf’, Torino, 1948, pp. 233-4; (35) Galante Garrone, op. cit., p. 234; (36) Galante Garrone, ‘Robespierre riabilitato’, in ‘La Stampa’, 13 aprile 1962, p. 3; (37) A.Z. Manfred, ‘Zum Meinungsstreit über Robespierre’, nel volume a cura di W. Markov, cit., pp. 552; (38) Manfred, ‘Maximilien Robespierre’, ibid, p. 40; (39) Manfred, ‘Zum Meinungsstreit, cit., p. 540; (40) Marx, ‘Kritische Randglossen’, Mega I, vol. III, p. 15 ss; cit. da A. Cornu, ‘Karl Marx’ Stellung zur Französischen Revolution und zu Robespierre (1843-1845), nel volume a cura di W. Markov, cit., p. 519. Sul pensiero di Marx relativo alla Rivoluzione francese v. anche J. Bruhat, ‘La Révolution française et la formation de la pensée de Marx’, in ‘Annales Historiques de la Revolution française’, 1966, pp. 125-170]

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