“[Le] osservazioni di Cicerin contenevano molti elementi di verità, soprattutto se riferite alla prima occasione in cui Lenin si trovò a dover dar prova della sua «arte diplomatica», la conclusione della pace di Brest-Litovsk. «L’inimitabile realismo politico di Lenin – dirà Cicerin – ci salvò dagli errori di compagni più propensi a restar suggestionati dalle impressioni del momento» (11). Ma non si trattò solo di realismo politico. A determinare la decisione di Lenin di concludere una pace separata con la Germania concorse una convinzione profonda, che traeva origine dalle stesse analisi che prima del 1917 lo avevano portato ad ipotizzare che la guerra imperialistica sarebbe stata un fattore di accelerazione della rivoluzione. I bolscevichi dovevano la loro vittoria ad una speciale congiuntura internazionale in cui – sono parole di Lenin: «tutta l’immensa forza politico-sociale e militare dell’imperialismo mondiale contemporaneo era in quel momento divisa in due gruppi da una guerra intestina (…). Soltanto perché la nostra rivoluzione è capitata in questo momento propizio, allorché nessuno dei due giganteschi gruppi di predoni poteva fare a meno di gettarsi l’uno contro l’altro né poteva unirsi contro di noi; solo di questo momento dei rapporti politici ed economici internazionali poteva approfittare ed approfittò la nostra rivoluzione» (12). Ora, nel 1918, quelle stesse rivalità tra le potenze imperialistiche avrebbero potuto costituire una sorta di scudo protettivo per la Russia sovietica, «l’unica garanzia di pace, reale e non di carta (…) dell’isola socialista in mezzo al mare tempestoso dell’imperialismo» (13). I bolscevichi firmarono una «pace di Tilsit», sia per la mancanza di alternative alla «pace ad ogni costo», presente nel programma rivoluzionario dell’Ottobre, sia perché convinti che prima o poi sarebbero giunti i «rinforzi» del proletariato internazionale. Ma sin dall’aprile 1918 Lenin parve rendersi conto di quanto poco affidamento la giovane repubblica sovietica avrebbe potuto fare su quell’aiuto e soprattutto sulla rapidità con cui esso sarebbe giunto: «(…) finché non scoppia una rivoluzione socialista internazionale che abbracci più paesi, e che sia così forte da vincere l’imperialismo internazionale, fino a quel momento il primo dovere dei socialisti che hanno vinto in un paese solo (e particolarmente arretrato) è di non accettare battaglia contro i giganti imperialistici, di cercare di evitarla, di ottenere che la lotta degli imperialisti tra loro li renda ‘ancor’ più deboli, e avvicini ancor più la rivoluzione negli altri paesi (14)». A proposito della ‘peredyska’ leniniana, ovvero della lezione che Lenin trasse dai negoziati di Brest-Litovsk, è stata sottolineata soprattutto una componente, senz’altro importante per i successivi sviluppi della politica estera sovietica: una sostanziale visione catastrofica delle relazioni internazionali, che portava a considerare gli antagonismi tra le potenze un fattore di sicurezza per lo Stato sovietico e assieme una garanzia di successo della rivoluzione in altri paesi (15). Ai tempi della pace di Brest-Litovsk tuttavia, ciò che fondò la fiducia in Lenin nella possibilità di rinviare il confronto finale tra i due campi fu soprattutto un profondo scetticismo sulla capacità delle potenze europee di risolvere le loro «contraddizioni» anche dopo la fine del conflitto mondiale (16). Come è noto la pace di Brest-Litovsk provocò la prima seria spaccatura del gruppo dirigente bolscevico. E’ altrettanto noto che uno degli esponenti di rilievo del primo gruppo di opposizione del nuovo Stato sovietico fu Bucharin, che intervenne con una co-relazione al VII congresso del partito russo (marzo 1918) per proporre, in alternativa alla firma della pace, una «guerra rivoluzionaria contro l’imperialismo tedesco». Si trattava di una proposta altamente irrealistica, dettata da quell’estremismo rivoluzionario che animava ancora una gran parte dei dirigenti del partito sovietico. Nel suo discorso Bucharin tenne a contestare l’assioma illustrato da Lenin nella medesima assise, secondo cui «la crepa» esistente tra le due coalizioni in guerra fosse più profonda del «contrasto fra noi e il capitale» e potesse perciò costituire una garanzia di non intervento: «Ludendorff non ci darà nessuna ‘peredyska’» (17). Al di là della fiducia ancora forte nutrita dal dirigente bolscevico in una prossima vittoria della «rivoluzione internazionale», in queste sue prime prese di posizione emergevano elementi di una riflessione diversa sulle «contraddizioni inter-imperialistiche» come fattore fondamentale di sicurezza per la Russia sovietica. (…)” [Anna Di Biagio, ‘I bolscevichi e il sistema di Versailles (1919-1923)’, (in) ‘Studi storici’, Roma, aprile-giugno 1986 (pag 456-457)] [(11) G.V. Cicerin, Lenin i vnesnjaja politika, in ‘Stat’i i reci po voprosam mezdunarodnoj politiki’, Mosca, 196, p. 277; (12) V.I. Lenin, PSS, XXXVI, p. 9; (13) Ivi, p. 168; (14) Ivi, p. 287; (15) A. Ulam, ‘Storia della politica estera sovietica’, cit., p. 117; (17) Sed’moj Ekstrennyj s’ezd RKP (b), 6-8 marta 1918: stenograficeskij otcet’, Mosca, 1962, pp. 27-29; sulla posizione di Bucharin all’interno del gruppo dei comunisti di sinistra cfr. S.F. Cohen, Bucharin e la rivoluzione bolscevica 1888-1938′, Milano, 1975, pp. 69 sgg.] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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