“In due luoghi della sua corrispondenza Friedrich Engels propose la sua opinione in tema di agitazioni e sommosse operaie. Non a caso in entrambe le occasioni egli scriveva dal centro industriale e natale di Barmen e rifletteva su moti molto diversi fra loro, come quelli del 1844 e quelli del ’48, che coinvolsero gruppi imponenti non solo di operai, ma più genericamente di lavoratori, di artigiani, di disoccupati, di donne e anche di intellettuali. Nella prima lettera, a Marx, Engels, parlando dei «nostri bollenti e violenti operai», rilevava che essi, i lavoratori industriali, sfruttati nella fabbrica ed emarginati nella società civile, reagivano con l’una e l’altra negandole, e diventavano quindi epigoni dei luddisti inglesi. Scriveva Engels (1): «Gli operai già da qualche anno sono arrivati all’ultimo gradino della vecchia civiltà; protestano con un impetuoso crescendo di delitti, rapine ed assassinii contro la vecchia organizzazione sociale. Alla sera le strade sono molto malsicure, la borghesia viene presa a botte, accoltellata e derubata: e se i proletari di qui si sviluppano secondo le stesse leggi di quelli inglesi, capiranno presto che questa maniera di protestare come ‘individui’ e con la violenza contro l’ordinamento sociale è inutile». Engels perveniva a una conclusione rivoluzionaria, almeno per l’aspetto progettuale: «protesteranno come ‘uomini’ nella loro capacità universale per mezzo del comunismo». All’azione individuale, spontanea e di rifiuto, Engels contapponeva l’impegno superiore, «umano», collettivo e organizzato, di quello che sarebbe poi diventato il movimento operaio di classe. Ormai nel pieno degli avvenimenti quarantotteschi, sempre dal suo osservatorio di Barmen, in una lettera al cognato Emil Blank ribadiva il concetto, seppure in forma rinnovata e adeguata allo sviluppo degli eventi ed esprimente esplicita dissociazione rispetto ai disordini disorganizzati, non premonitori di rivoluzione ma unicamente di incapacità di azione rivoluzionaria effettiva. Confermava ancora Engels (2): «(…) Il panico qui è immenso. I borghesi chiedono fiducia, ma la fiducia è scomparsa. I più, come essi stessi dicono, lottano per l’esistenza. Ma ciò non sfama gli operai, che di tanto in tanto diventano un po’ ribelli. Tutto è in disfacimento e regna devastazione, anarchia, disperazione, paura, rabbia, entusiasmo costituzionale, odio per la repubblica e via dicendo (…). Si esagera, si dicono menzogne, si lanciano imprecazioni, si è in preda alla rabbia, sembrano diventati tutti matti. Il cittadino più tranquillo è un vero arrabbiato». Siffatti giudizi engelsiani, emblematici dell’atteggiamento non soltanto personale ma anche di Marx nei confronti delle manifestazioni spontanee operaie, riassumevano in termini discorsivi la riflessione di entrambi sul nascere e sul primo svilupparsi delle agitazioni disarticolate di lavoratori non organizzati, del luddismo e così via, temi su cui si possono leggere le lucide pagine del ‘Manifesto comunista’ e di tante altre opere storico ed economiche di Marx, in primo luogo del ‘Capitale’. Marx ed Engels, d’altro canto, ebbero sempre presente e utilizzarono sia l’esperienza storica del movimento operaio sia il dibattito conseguente degli ambienti socialisti, per trarre la conclusione della necessità assoluta dell’organizzazione di classe per evitare la dispersione (Zersplittung) e lo sparpagliamento (Zerstreuung) delle forze del lavoro. Tale esperienza storico-ideale è quindi essenziale tanto per il dibattito successivo del socialismo che per la comprensione delle posizioni marx-engelsiane” (pag 3-4) [Gian Mario Bravo, ‘Socialismo premarxista e rivolte operaie. Estratto da ‘Il Pensiero Politico’, N. 1, gennaio-aprile 1984′, Leo Olschki, Firenze, 1984] [(1) Lettera di Engels a Marx, ottobre 1844, in Marx-Engels, ‘Opere’, Roma, 1972, vol. XXXVIII, p. 7]