“Malgrado la guerra, «Die Neue Zeit» non doveva sfuggire all’attenzione di Lenin il quale, alla prima occasione, fece conoscere il suo giudizio sull’articolo di Kautsky (aprile e maggio 1915, ‘Due scritti da approfondire’, ndr). Questa occasione venne offerta, nel dicembre 1915, da un libro di Bucharin sull’imperialismo (1), per il quale Lenin scrisse una prefazione. Creduta dapprima smarrita, la prefazione di Lenin è stata ritrovata dopo la morte fra i suoi manoscritti e pubblicata nella «Pravda» del 21 gennaio 1927. Giustamente essa appare in appendice all’edizione italiana del libro di Lenin: ‘L’imperialismo come più recente fase del capitalismo’. In fondo, questa prefazione può considerarsi come l’ultimo capitolo del libro di Lenin sull’imperialismo e come il primo capitolo di un nuovo libro (da scriversi) sul super-imperialismo. Che cosa diceva Lenin? (…) «Ragionando in modo teorico, ‘astratto’, si può giungere alla conclusione alla quale è pervenuto Kautsky – per una strada un po’ diversa, è vero, ma pure abbandonando il marxismo – cioè che non è lontano il giorno in cui tutti questi magnati del capitale si uniranno in un trust unico, mondiale, che sostituirà la rivalità e la lotta dei capitali finanziari isolati rispettivamente in ogni paese con il capitale finanziario unito internazionalmente. Una tale conclusione non è però meno astratta, semplicista, inesatta della conclusione analoga dei nostri ‘struvisti’ ed ‘economisti’ del 1890, i quali, dal carattere progressivo del capitalismo, dalla sua inevitabilità, dalla sua vittoria definitiva in Russia, traevano delle conclusioni talora apologetiche (adorazione del capitalismo, conciliazione con esso, sua glorificazione, invece di lotta contro di esso), talora ‘apolitiche’ (cioè negazione della politica e della sua importanza, negazione della probabilità di scosse politiche generali, ecc., errore particolare degli economisti), talora nettamente ‘favorevoli alla teoria ‘dello sciopero generale’ (lo sciopero generale come apoteosi degli scioperi parziali, teoria condotta fino a dimenticare o a ignorare volontariamente altre forme di lotta, sostenendo il passaggio diretto, ‘con uno sbalzo’, dal capitalismo alla vittoria su di esso, solo per mezzo dello sciopero). (…) Quanto a Kautsky, la sua rottura evidente col marxismo si è tradotta non nella negazione o nella teoria del ‘salto’, passando oltre i conflitti, le scosse e le trasformazioni politiche particolarmente numerose e varie nell’epoca imperialista, non nella apologia dell’imperialismo, bensì nella forma del ‘sogno di un capitalismo ‘pacifico”. Il capitalismo ‘pacifico’ è costituito dall’imperialismo non pacifico, bellicoso, catastrofico: Kautsky è obbligato ad ammetterlo, poiché egli l’ha già riconosciuto nel 1909 in un’opera speciale (2), nella quale per l’ultima volta egli giungeva, da marxista, a conclusioni non sofisticate. Ma se è impossibile di sognare semplicemente, senz’altro, un ritorno all’indietro che riconduca dall’imperialismo al capitalismo ‘pacifico’, non sarebbe possibile per ciò stesso, in fondo, di dare a questi sogni essenzialmente piccoli-borgesi la forma di semplici riflessioni su un «super-imperialismo» pacifico? Se si chiamasse «super-imperialismo» l’associazione internazionale degli imperialismi nazionali (più esattamente: gli imperialismi isolati di ogni Stato), ‘capace’ di evitare i conflitti particolarmente sgradevoli, inquietanti e allarmanti per il piccolo-borghese, del genere delle guerre, delle scosse politiche, ecc., perché allora non ci si potrebbe liberare dall’imperialismo all’epoca attuale – nella quale noi siamo presi, che noi viviamo già, che è essenzialmente piena di conflitti e di catastrofi – con dei sogni innocenti di un «super-imperialismo» relativamente pacifico relativamente senza conflitti, senza catastrofi? Non si potrebbe sfuggire ai compiti ‘urgenti’ che pone e che ha già posto davanti all’Europa quest’epoca dell’imperialismo, sognando che quest’epoca passerà presto e che si può ancora concepire dopo di essa, un’epoca di «super-imperialismo», relativamente pacifica, non richiedente una tattica così ‘rude’? Kautsky dice precisamente che «tale nuova fase (super-imperialista) del capitalismo è, in ogni caso, teoricamente concepibile». Quanto a sapere «se essa è realizzabile, ci mancano ancora, dice, i dati preliminari sufficienti». Ora, non c’è la minima traccia di marxismo in questo desiderio di schivare l’imperialismo, come fa Kautsky, sulla possibilità di un super-imperialismo. In tutto questo ragionamento, il marxismo non è ammesso che per «la nuova fase del capitalismo» in cui lo stesso inventore non garantisce la possibilità di realizzazione, ma per la fase, attuale, che noi viviamo, in primo luogo del marxismo, ci si serva del desiderio piccolo-borghese e profondamente reazionario di appianare le contraddizioni. (…) Si può tuttavia contestare che una nuova fase del capitalismo susseguente all’imperialismo sia, astrattamente, concepibile? No. in astratto, una tale fase si può concepire. Ma, in pratica, ciò significa diventare opportunisti; negare i compiti ardui del presente per fantasticare su problemi meno gravi che potrebbero porsi in avvenire. In teoria ciò significa non fondarsi sullo sviluppo che si compie nella realtà, ma distornarsene deliberatamente in nome di queste fantasticherie. Non vi è dubbio che lo sviluppo va ‘nella direzione’ di un trust unico, mondiale, che abbracci tutte le imprese e tutti gli Stati senza eccezione. Ma questo sviluppo si opera in circostanze, con un ritmo, fra contraddizioni, conflitti e scosse – non soltanto economiche, ma anche politiche, nazionali, ecc. – tali che inevitabilmente prima di arrivare al trust unico, mondiale, all’associazione mondiale ‘super-imperialista’ dei capitali finanziari nazionali, l’imperialismo dovrà crollare e il capitalismo trasformarsi nel suo contrario». Considerando retrospettivamente questa polemica, si è colpiti una volta di più dalla chiaroveggenza rivoluzionaria di Lenin. Appena due anni dopo dalla prefazione scritta nel dicembre 1915 per il libro di Bucharin, Lenin entrava in Russia per iniziare quella «trasformazione del capitalismo nel suo contrario» che aveva predetto e che trovava nella Rivoluzione d’Ottobre vittoriosa la prima grande realizzazione” (pag 201-205) [Alfonso Leonetti, a cura di Franco Livorsi, ‘Il cammino di un ordinovista. L’ Ottobre, il fascismo, i problemi della democrazia socialista. Scritti politici (1919-1975)’, De Donato, Bari, 1978] [(1) Bucharin, ‘Economia mondiale e imperialismo’; (2) Kautsky, ‘Verso il potere’ (cfr. ora K. Kautsky, ‘La via al potere’, Laterza, Bari, 1974]
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- Articolo pubblicato:7 Agosto 2025
