“Come ha recentemente ricordato Eric J. Hobsbawm, attorno alla metà degli anni trenta non esisteva una storiografia marxista in Inghilterra (4). A parte alcune opere di Marx, Engels (5) e Lenin, circolavano solo testi dei protagonisti della seconda internazionale, come il libro di Kautsky su ‘Tommaso Moro e la sua utopia’, tradotto nel 1927 o quello di Bernstein su ‘Cromwell e il comunismo’, pubblicato in inglese nel 1930 (6). La cultura egemone nel movimento operaio inglese e nel partito laburista, di cui erano espressione intellettuali come Laski o Tawney, era radicata – più che nel marxismo – nell’alveo della tradizione del socialismo cristiano di Edward Carpenter e di William Temple, del ‘new social gospel’ e della Fabian Society’. Sul finire degli anni trenta, tuttavia, vanno emergendo alcune significative modificazioni di questo panorama: mentre viene pubblicata (1938) una storia d’Inghilterra di A.L. Morton (8), considerata comunemente il primo testo di storiografia marxista britannica, Christopher Hill – che aveva compiuto un viaggio di studio a Mosca nel 1935-36 – inizia un’opera di divulgazione degli studi sovietici dedicati all’Inghilterra moderna, tra cui soprattutto le importanti ricerche agrarie di Arkhangelsky (9). In questo quadro il XVII secolo, l’epoca dell’abbattimento della monarchia e dell’instaurazione del ‘Commonwealth’, acquista un ruolo cruciale. L’interesse per il Seicento, che per le varie componenti della cultura laburista (cristiano-socialista, radicale, fabiana, ecc.) era incentrato su quella multiforme tradizione di resistenza all’uniformità religiosa della Chiesa anglicana nota come ‘nonconformity’ o ‘dissent’, costituiva invece per la cultura comunista una tensione verso la riscoperta del passato rivoluzionario inglese, emblematicamente rappresentato dall’esperienza dei ‘levellers’ (10). Il partito comunista britannico decideva così di utilizzare l’occasione del tricentenario degli eventi del 1640 per condurre un’offensiva intellettuale volta alla reinterpretazione e valorizzazione della tradizione rivoluzionaria, attraverso una serie di articoli e sopratutto mediante la pubblicazione di un agile libretto collettivo, di taglio divulgativo, interamente dedicato alla rivoluzione inglese (11). Christopher Hill, cui era affidata la parte fondamentale dell’opera, ne offriva una lettura in chiave di rivoluzione borghese, descrivendola come un duro scontro di classe in cui le nuove forze in ascesa della borghesia mercantile e industriale puntavano a scalzare il dominio della vecchia aristocrazia feudale (12). Il testo di Hill, con la sua visione di un’Inghilterra Stuart ancora feudale, che solo attraverso un mutamento rivoluzionario degli equilibri politici era riuscita a trovare la via dello sviluppo capitalistico, riecheggia talune tesi storiografiche affermatesi in Unione Sovietica durante gli anni trenta e divenute prevalenti a seguito della campagna ideologica contro le posizioni di M.N. Pokrovskij; questi, già commissario bolscevico e influente esponente del partito, aveva sostenuto l’esistenza di un lungo periodo di transizione dal feudalesimo al capitalismo caratterizzato dalla coesistenza della monarchia assoluta e di una classe di mercanti-capitalisti in ascesa, una fase perciò definita come «dittatura del capitalismo mercantile» (13). Queste tesi, che facevano derivare l’emergere del capitalismo direttamente dallo sviluppo delle forze produttive, erano state accusate, in occasione del XVII congresso del Pcus – di riduzionismo economicista e in sostanza di sottovalutazione del ruolo attivo della lotta di classe come agente della trasformazione. Per lungo tempo, tuttavia, esse avevano avuto legittimità, influenzando – soprattutto attraverso la ‘Great Soviet Encyclopedia’ – l’orientamento della cultura marxista britannica, propensa per altro ad individuare, anche sulla base di taluni passi di Marx ed Engels – nell’Inghilterra del Cinque-Seicento un paese precocemente capitalistico. Queste posizioni venivano espresse con forza in una recensione critica del testo di Hill pubblicata su «Labour Monthly»; l’anonimo autore, che in realtà era Jürgen Kuczynski (14), obietta che l’Inghilterra di Elisabetta, lungi dall’essere un paese ancora feudale, era già giunta a uno stadio avanzato di sviluppo capitalistico, grazie anche a uno monarchia che aveva da tempo assunto una fisionomia borghese. La rivoluzione va di conseguenza interpretata come una risposta al tentativo di ‘revanche’ di un’aristocrazia già battuta e che aveva trascinato dalla sua parte il debole Carlo I. In difesa delle tesi di Hill intervenivano allora Douglas Garman, Dona Torr e Maurice Dobb, tutti con varie sfumature preoccupati che l’impostazione di Kuczynski potesse legittimare, più o meno implicitamente, posizioni riformiste (15). Dobb, tuttavia, si mostra sensibile almeno a un punto del ragionamento di Kuczynski, ribadito da questi con qualche modificazione in un ulteriore intervento (16), un punto sintetizzabile in un interrogativo: come può la rivoluzione borghese di metà Seicento ‘precedere’ di oltre un secolo e mezzo l’avvento del modo di produzione capitalistico fissato canonicamente nel tardo Settecento? Dobb considera tuttavia inaccettabile una visione dello sviluppo capitalistico inglese nei termini di capitalismo mercantile e propone di rintracciarne viceversa le radici nel tardo Quattrocento, epoca di inizio della graduale trasformazione della produzione artigianale nella manifattura capitalistica, nonché di importanti modificazioni strutturali dell’agricoltura inglese” (pag 65-68) [Francesco Benigno, ‘Specchi della rivoluzione. Conflitto e indentità politica nell’Europa moderna’, Donzelli editore, Roma, 1999]