“Il voto che ne aveva sanzionato il successo (di Luigi Napoleone Bonaparte, ndr) era stato da lui interpretato in questa prospettiva: come rivalsa della campagna sulla città, come rivincita dell’arcaismo sulle forze trainanti dello sviluppo (48). Il massiccio carattere contadino del consenso ottenuto dal Bonaparte, denunciato a caldo da Comte, è un dato che si impose immediatamente all’attenzione dei contemporanei, e dal quale le analisi successive non hanno potuto prescindere. Gli studi più recenti hanno proposto tuttavia una lettura più raffinata di questo voto, sia segnalando le varietà delle componenti sociali che in esso confluirono, sia e soprattutto sviscerando la complessità delle sue valenze ideali e politiche. Frédéric Bluche e Bernard Ménager, in particolare, hanno sottolineato come esso abbia in parte dato voce a un radicalismo popolare protestatario nei confronti della gestione «repubblicana» della Rivoluzione del febbraio (49). Al risultato elettorale del 10-11 dicembre Comte attribuì invece, lo si è visto, una connotazione esclusivamente passatista, coerentemente del resto alla sua più generale lettura del bonapartismo come ultimo sussulto di un mondo ormai sconfitto dalla storia. Il gioco del rinvio analogico all’esperienza della prima Rivoluzione, insieme al radicalizzarsi dello scontro politico, fecero velo a Comte che, al pari di molti contemporanei, non seppe individuare il coagulo di interessi, antichi e recenti, aggregatisi attorno alla persona di Luigi Napoleone Bonaparte, né presentire il ruolo dinamico che egli avrebbe svolto nella modernizzazione del paese (50). In questa chiave di lettura la spedizione romana, rigurgito di istinto bellicistico e riesumazione dell’alleanza con il partito teologico, fu da lui additata come l’episodio nel quale meglio si esprimeva la natura obsoleta del regime. E fu, non casualmente, quello contro il quale più inflessibile si levò la sua critica (51). Anacronismo senza consistenza, «dont les chefs naturels touchent à la tombe» (52), il bonapartismo non poteva perciò stesso essere pericoloso. Come non lo aveva ritenuto tale neppure nei giorni immediatamente successivi alla straripante legittimazione popolare ricevuta dal suo leader, quando, forte dei suoi sei milioni di voti, notava, avrebbe potuto schiacciare l’Assemblea. A maggior ragione non lo reputò una minaccia più avanti, e lo ritenne anzi per qualche tempo fenomeno di brevissima durata (53)” (pag 478-480) [Mirella Larizza, ‘Bandiera verde contro bandiera rossa. Auguste Comte e gli inizi della Société positiviste (1848-1852)’, Il Mulino, Bologna, 1999] [(48) Comte a de Tholouze, 18 dicembre 1848 e 31 marzo 1849, CG, IV, pp. 213-214 e V, pp. 17-18, dove parla del bonapartismo come di anacronismo senza consistenza; (49) A. Dansette, ‘Louis Napoléon à la conquête du pouvoir’, Paris, Hachette, 1961, pp. 251 ss; A.J. Tudesq, ‘L’éléction présidentielle de Louis Napoléon Bonaparte, 10 décembre 1848’, Paris, Colin, 1965, pp. 200 ss.; F. Bluche, ‘Le bonapartisme. Aux origines de la droite autoritaire (1800-1850)’, Paris, Nouvelles éditions latines, 1980, pp. 268 ss; B. Ménager, Les Napoléons du peuple’, Paris, Aubier, 1988, pp, 102 ss. Anche Marx, che pure denuncia la prevalente componente contadina del voto, segnala l’apporto di altre classi, ivi compreso il proletariato (K. Marx, ‘Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850’ (1850); trad. it., a cura di G. Giorgetti, Roma, Editori Riuniti, 1970, pp. 169 ss.); (50) G. Roux, ‘Napoléon III’, Paris, Flammarion, 1969; R. Price, ‘The Economic Modernisation of France, 1730-1880′, London, Croom Helm, 1975; A. Dansette, Naissance de la France moderne’, Paris Hacette, 1970; (51) Comte a Laffitte, 14 Dante 63 [29 luglio 1851] CG, VI, p. 121; Comte a de Tholouze, 25 Dante 63 [9 agosto 1851], ibidem, p. 126; Comte a Laffitte, 13 Shakespeare 63 [22 settembre 1851], ibidem, p. 169. (…); (52) Comte a De Tholouze, 31 marzo 1849, CG, V, pp. 17-18; (53) Comte a De Tholouze, 18 dicembre 1848 e 31 marzo 1849, CG, IV,pp 213-214, e V, pp 17-18]