“Ogni nuovo funzionario, ogni nuovo segretario assunto, è teoricamente un nuovo agente della rivoluzione, ogni nuova sezione un nuovo battaglione, ogni contributo in denaro, fornito dagli iscritti o economizzato dalla stampa o donato dai simpatizzanti, un tesoro per la lotta contro gli avversari. Ma i leaders di questo corpo rivoluzionario, organizzato con gli stessi mezzi dello Stato autoritario, alla lunga non potranno fare a meno di accorgersi che la loro organizzazione, al confronto con la grande organizzazione dello Stato, di cui essa non è che la copia in miniatura, per quanti miracoli faccia in campo organizzativo e a meno che non si verifichino avvenimenti eccezionali, dovrà sempre cedere all’organizzazione statale ogni volta che proverà a cimentarsi con essa. La conseguenza logica di questa constatazione è che avviene esattamente il contrario di quello che avevano sperato i fondatori del partito allorché lo tennero a battesimo. Invece di guadagnare in dinamismo rivoluzionario col crescere della forza e della solidità della sua organizzazione, il partito ci fa assistere al fenomeno contrario: esiste un intimo rapporto fra il crescere del partito e il crescere della prudenza con cui questo conduce la sua politica. Il partito, continuamente minacciato dallo Stato da cui dipende la sua esistenza, divenuto adulto, si premura di evitare tutto ciò che potrebbe irritarlo eccessivamente (6). La teoria stessa, cioè la scienza, viene attenuata e falsata, per amore del benessere dell’organizzazione esteriore. L’organizzazione diventa il solo nerbo vitale del partito” (pag 490-491) [Roberto Michels, ‘La sociologia del partito politico nella democrazia moderna’, Il Mulino, Bologna, 1966] [(6) Un esempio classico, che dimostra fino a qual punto il timore di nuocere all’ ‘organizzazione socialista’ induca perfino le menti migliori del partito a ingenerare confusione nella teoria socialista, ci è offerto dalla storia della storia della famosa prefazione che Friedrich Engels scrisse nel 1895 a un’edizione postuma di ‘Die Klassenkämpfe in Frankreich 1848-49’, di Marx. Questa prefazione divenne il punto centrale intorno al quale si accesero grandi discussioni internazionali e, poiché in essa Engels dichiarava che la tattica socialista avrebbe prosperato meglio con i mezzi legali che con quelli illegali, e ripudiava la concezione marxista della rivoluzione sociale, fu non a torto considerata come la prima grande manifestazione di revisionismo in seno alla socialdemocrazia tedesca. Solo più tardi il Kautsky rese nota una lettera di Engels in cui questi si confessava scrivendo: «Il mio testo ha dovuto soffrire dei timori dei nostri amici berlinesi, i quali temevano una seconda edizione delle leggi contro i socialisti, timori di cui non ho potuto non tener conto» (Karl Kautsky, ‘Der Weg zur Macht’, Berlin, 1909, p. 42). Di conseguenza, la nuova teoria che la socialdemocrazia debba raggiungere il suo scopo per via parlamentare – poiché era questa la quintessenza della citata prefazione dell’Engels – non sarebbe altro che l’effetto della preoccupazione che l’organizzazione della socialdemocrazia, questo mezzo per raggiungere lo scopo, possa venir colpita dallo Stato. Engels fu per questo acclamato come realista e uomo assennato (vedi ad esempio Werner Sombart, ‘Friedrich Engels, ein Blatt zur Entwicklungsgeschichte es Sozialismus’, Berlin, 1895, estratto dalla «Zukunft», p. 82) e accusato d’altra parte di essere un pacifista e un utopista (vedi ad esempio Arturo Labriola, ‘Riforme e riv. soc.’, cit., pp. 181 e 224). In realtà, Engels fu soltanto la vittima di una tattica basata prevalentemente sull’organizzazione, a cui egli manifestamente aderì, contro le sue convinzioni teoriche, per amore dalla vita formale del partito]
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- Articolo pubblicato:8 Luglio 2025
