“Ma, dal giorno in cui apparve (la dottrina de ‘Il Manifesto dei comunisti’, febbraio 1848, ndr) essa fu la critica anticipata di quel ‘socialismus vulgaris’, che vegetò per l’Europa, e specialmente in Francia, dal Colpo di Stato all’apparizione della ‘Internazionale’, la quale del resto, nel breve periodo di sua vita, non ebbe tempo di vincerlo, di esaurirlo, di eliminarlo del tutto. Si alimentava cotesto socialismo volgare, quando non d’altro e di più sconnesso, principalmente delle dottrine e assai più dei paradossi di Proudhon, il quale, superato già da lungo tempo teoricamente da Marx (2), non fu praticamente battuto se non durante la Comune, quando i seguaci suoi, per la più salutare lezione delle cose, furon costretti a fare il contrario delle dottrine proprie e del maestro. Fin dal primo momento in cui apparve, questa nuova dottrina del comunismo, fu la critica implicita di ogni forma di ‘socialismo di stato’, da Louis Blanc a Lassalle. Il socialismo di stato, per quanto commisto allora a tendenze rivoluzionarie, si concentrava tutto nella favola, nell’ Hokus Pokus, del ‘diritto al lavoro’. Questo è termine insidioso se implica domanda che si rivolga ad un governo, sia pure di borghesi rivoluzionarii. Questo è assurdo economico, se si ha in mente di sopprimere la variabile disoccupazione, che influisce sul variare dei salarii, ossia su le condizioni della concorrenza. Questo può essere artificio di politicanti, se è ripiego per sedare le turbolenze di una massa agitantesi di proletarii non organizzati. Questa è una superflua teoretica, per chi concepisca nettamente il corso di una rivoluzione vittoriosa del proletariato; la quale non può non avviare alla socializzazione dei mezzi di produzione, mediante la presa di possesso di questi: ossia non può non avviare alla forma economica, in cui non c’è né merce né salariato, e nella quale il diritto al lavoro e il dovere di lavorare fanno uno nella necessità comune a tutti che tutti lavorino. La favola del diritto al lavoro finì nella tragedia delle giornate di Giugno. La discussione parlamentare che se ne fece in seguito fu parodia. Il piagnucoloso e retorico Lamartine, quel grande uomo di occasione, avea avuto la opportunità di pronunciare l’ultima o la penultima delle sue celebrate frasi: «L’esperienza dei popoli sono le catastrofi»; e ciò bastava per l’ ‘ironia’ della storia” (pag 23-24) [Antonio Labriola, a cura di Eugenio Garin, La concezione materialistica della storia’, Laterza, Bari, 1965] [(2) ‘Misère de la Philosophie’, par Karl Marx, Paris et Bruxelles, 1847]
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- Articolo pubblicato:22 Luglio 2025
