“C’era in più qualcosa che durerà nel tempo: lo spirito georgiano del clan, i legami intrecciati delle famiglie, i vincoli di gruppo nati nell’illegalità e per questo sacri ed eterni. E un’abitudine al segreto, soprattutto al sospetto, comunque all’ombra, anzi all’oscurità: una doppia natura abituata a un registro ambivalente, passando intatta dal buio alla luce, dalla rapina alla diligenza al governo del Paese, dall’assalto al banco dei pegni o al treno dell’oro alle stanze imperiali del Cremlino. Portando come risultato un’inclinazione costante alla clandestinità, un’ossessione permanente per la vigilanza, il senso quasi fisico e animalesco del pericolo, il sentimento dell’inevitabilità delle trame, sia come arma d’offesa sia come minaccia da cui difendersi. Questo spiega la prudenza di Stalin nel Bjuro e nel Sovnarkom (Consiglio dei Commissari del popolo dell’Unione Sovietica), negli anni di Lenin. Era sbarcato dalla criminalità all’istituzione, bene così. Inutile inseguire Trotzkij nella fascinazione della sua cultura, nel magnetismo oratorio dei comizi notturni al Circo Moderno, nell’eleganza concettuale della scrittura, dov’era irraggiungibile e sembrava saperlo: con un’attenzione rivolta a se stesso come se ogni volta si osservasse dalla platea (dove arrivavano ad applaudirlo i suoi figli) mentre agiva sul palco della rivoluzione, affiancando il pensiero all’azione, ma anche la boria all’intelligenza. Meglio aspettarlo qui, nel centro del centro del comando – ragiona Stalin -, dentro l’apparato del partito dove s’incontrano e si riconoscono i quadri di ogni provincia e di qualsiasi livello, dove nascono e si custodiscono relazioni e alleanze, si scambiano debiti e crediti politici, e dove prima o poi ogni scelta rilevante deve passare. Il luogo politico del ragno, con la pazienza della tartaruga, il veleno del serpente. Dando intanto a Lenin ciò che in quei primi anni cercava in Stalin, fermezza, durezza, tenacia, astuzia. Ilic coglieva questi tratti nel commissario alle Nazionalità, e sapeva sfruttarli come qualità. Gli altri in Stalin scorgevano solo “mediocrità” politica e inerzia burocratica, come Trotzskij o, addirittura, come Nikolaj Sakharov, vedevano in lui appena “una macchia grigia”, indistinta. Ma Lenin, talvolta, si era accorto di quel lampo di un istante negli occhi, che improvvisamente sembravano gialli: e non poteva sapere a cosa Soso-Koba-Stalin in quel momento stava pensando. Così, quando nell’aprile 1922 l’XI Congresso del Partito comunista introduce la carica di segretario generale, il nome di Stalin avanzato da Zinoviev non desta alcun allarme. Nessuno pensa che si debba eleggere un leader, che c’è già, indiscusso, ed è naturalmente Lenin: si tratta di nominare un coordinatore del Bjuro, che amministri le faccende interne sgombrando il tavolo di lavoro del capo del governo, risponda alle domande della periferia del partito, segua con attenzione il divenire della nomenklatura politica allargata nelle Russie sterminate, istruisca le pratiche tenendo sempre sotto controllo il polso del paese. (…) E nello stato maggiore, quasi mimetizzato nel corpo del partito, incolore come l’apparato, silenzioso in seconda fila, abituato a eseguire senza pretendere è pronto Stalin, che a quarantadue anni sembra tagliato, modellato e smussato dal partito su misura per quella carica tecnica. Nessuna riserva esplicita: solo chi conosce bene Lenin legge come un colpo di riequilibrio la sua risposta a Molotov che critica Trotzkij: “La lealtà del compagno Trotzkij nei rapporti interni di partito è superiore a ogni sospetto”” (pag 96-98) [Ezio Mauro, ‘La mummia di Lenin’, Feltrinelli editore, Milano, 2025]
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- Articolo pubblicato:7 Luglio 2025
