“The writers of official Communism have for so long purveyed the historical forgeries and myths produced by the Stalinist school of falsification that even when they have been free to jettison some of these, they have not been able to recapture and grasp the historical truth of the Revolution. Even in the era of the so-called de-Stalinization they have still had to observe so many prohibitions and taboos, to slide over so many of the crucial events and to cover with silence the roles and even the names of so many leading actors, that the history of the Revolution has in fact been forbidden ground for them, forbidden and unknown ground. Even in this glorious jubilee year most of the revolutionary leaders of 1917 – Trotsky and Bukharin, Zinoviev and Kamenev, Rykov and Tomsky, and many, many others – are still unmentionable in Moscow or are mentioned only as evil influences; and now it is a requirement of ‘bon ton’ to ignore even Stalin. What would we say of ‘historians’ who tried to relate to us the French Revolution without describing the role or even mentioning the names of Danton and St Just, of Desmoulins, Hébert, Cloots, and most other prominent Jacobins, and were content to speak only of Marat and occasionally to drop a hint about Robespierre? History written in this manner not only does a terrible injustice to historical personalities. It blots out important groups of men who were inspired or guided by them. It obliterates or distorts their ideas, initiatives and deeds. It leaves out of account such large and vital part of the story that what is left is of necessity fragmentary, inorganic, and incomprehensible. (…) Yet despite this sad state of contemporary writing on the origins of the Soviet regime, the history of the Russian Revolution is no ‘tabula rasa’. In the first decade after their victory the Bolsheviks themselves brought out an immense amount of objective historical documentation, and many actors and eye-witnesses, Russian and foreign, friendly and hostile, described their experiences. Trotsky’s large ‘History of the Russian Revolution’ stands out as a magnificent and unique monument to the Russia of 1917 – no other great revolution was as fortunate as the Russian to find a historian of genius in one of its supreme leaders. And in recent years a complete outsider, Professor E.H. Carr, a British historian, had chronicled in many cool, detached and detailed volumes an account of the first years of the Soviet regime. What has been lacking, however, is a work of more modest dimensions that would offer readers of the young generation a reliable introduction to the events of 1917 and enable them to grasp the significance of the Bolshevik upheaval. Marcel Liebman’s book fills this gap very ably” [Isaac Deutscher, prefazione, pag 12-13] [(in) Marcel Liebman, ‘The Russian Revolution’, Vintage Books, New York, 1970] [“Gli scrittori del comunismo ufficiale hanno per così tanto tempo fornito falsi e miti storici prodotti dalla scuola di falsificazione stalinista che anche quando sono stati liberi di gettarne via alcuni, non sono stati in grado di riconquistare e afferrare la verità storica del Rivoluzione. Persino nell’era della cosiddetta destalinizzazione hanno dovuto ancora osservare così tanti divieti e tabù, scivolare su così tanti eventi cruciali e coprire con il silenzio i ruoli e persino i nomi di così tanti principali protagonisti, che la storia della Rivoluzione è stata in realtà un terreno proibito per loro, un terreno proibito e sconosciuto. Anche in questo glorioso anno giubilare la maggior parte dei leader rivoluzionari del 1917 – Trotsky e Bucharin, Zinoviev e Kamenev, Rykov e Tomsky, e molti , molti altri – sono ancora non menzionabili a Mosca o sono menzionati solo come influenze malvagie, e ora è un requisito del “bon ton” ignorare anche Stalin. Cosa diremmo degli “storici” che hanno cercato di raccontare per noi la Rivoluzione francese senza descriverne il ruolo o anche senza menzionare i nomi di Danton e St Just, di Desmoulins, Hébert, Cloots e la maggior parte dei giacobini di primo piano, e si accontentassero di parlare solo di Marat e occasionalmente un riferimento a Robespierre ? La storia scritta in questo modo non solo fa una terribile ingiustizia alle personalità storiche. Elimina importanti gruppi di uomini che sono stati ispirati o guidati da loro. Cancella o distorce le loro idee, iniziative e azioni. Lascia fuori dal racconto una parte così grande e vitale della storia che ciò che resta è necessariamente frammentario, inorganico e incomprensibile. (…) Eppure, nonostante questo triste stato della scrittura contemporanea sulle origini del regime sovietico, la storia della rivoluzione russa non è una “tabula rasa”. Nel primo decennio successivo alla vittoria, i bolscevichi stessi fecero emergere un’immensa quantità di documentazione storica obiettiva e molti protagonisti e testimoni oculari, russi e stranieri, amichevoli e ostili, descrissero le loro esperienze. La grande “Storia della rivoluzione russa” di Trotsky si distingue come un magnifico e unico monumento alla Russia del 1917 – nessun’altra grande rivoluzione fu fortunata come quella russa a trovare uno storico di genio in uno dei suoi capi supremi. E negli ultimi anni un completo outsider, il professor E.H. Carr, uno storico britannico, ha raccontato in molti volumi interessanti, distaccati e dettagliati un resoconto dei primi anni del regime sovietico. Ciò che è mancato, tuttavia, è un’opera di dimensioni più modeste che offrisse ai lettori delle giovani generazioni un’introduzione affidabile agli eventi del 1917 e consentisse loro di comprendere il significato del sollevamento bolscevico. Il libro di Marcel Liebman colma questa lacuna molto abilmente] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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