“Poiché il sistema più semplice per accrescere i profitti del capitalista era quello di aumentare il plusvalore assoluto attraverso il massimo prolungamento della giornata lavorativa, all’inizio dell’era capitalistica troviamo in tutti i Paesi industriali una giornata lavorativa estremamente lunga che lasciava al lavoratore solo poche ore per dormire. Il resto del suo tempo apparteneva al capitalista. Questo sfruttamento inumano portava evidentemente non solo al logoramento fisico e morale del lavoratore, ma al suo rapido esaurimento e alla sua morte precoce. Tra le prime rivendicazioni della classe operaia organizzata si impone quindi l’istituzione di una giornata lavorativa ‘normale’. Come ha scritto Marx, «a “protezione” contro il serpente dei loro tormenti, gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, ‘come classe’ una legge di Stato, una ‘barriera sociale’ potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, ‘per mezzo di un volontario contratto con il capitale’. Al pomposo catalogo dei “diritti inalienabili dell’uomo” subentra la modesta, ‘Magna Charta’ di una giornata lavorativa limitata dalla legge, la quale “chiarisce finalmente ‘quando finisce il tempo venduto dall’operaio e quando comincia il tempo che appartiene all’operaio stesso'” (1)». La giornata lavorativa viene limitata a dodici ore, prima in Inghilterra, in seguito in Francia. In quest’ultimo Paese, però la legge “proclama ‘in linea di principio’ quello che in Inghilterra era stato ottenuto soltanto in nome dei fanciulli dei minorenni, delle donne e solo di recente viene rivendicato come diritto generale” (2)» [(1) Karl Marx, ‘Il Capitale’, Libro primo, Editori Riuniti, Roma, 1964, pp. 338-339; (2) Marx, op. cit., p. 337] [Massimo Massara, Claudio Schirinzi, Maurizio Sioli, ‘Storia del Primo Maggio’, Longanesi, Milano, 1978]

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