“Il programma di Erfurt del 1891 rispecchia due elementi essenziali della strategia del partito [socialdemocratico tedesco] uscito dal regime delle leggi eccezionali bismarckiane: la convinzione che gli inasprimenti dei conflitti di classe e la decadenza della borghesia capitalistica siano inarrestabili e costituiscano la base prima del progresso organizzativo della socialdemocrazia e quindi della rivoluzione; l’intenzione di conciliare la forte costruzione autonoma dell’organizzazione del partito con una linea di sviluppo fattualmente legalitaria nel presente lasciando alla maturazione dei contrasti sociali di risolvere in futuro la questione se si dovesse fare uso o no della violenza nel processo rivoluzionario. Nella parte teorica, opera di Kautsky, che riprendeva spunti tratti sia dal ‘Manifesto’ si a dal ‘Capitale’, il programma si apriva con l’affermazione che «lo sviluppo economico della società borghese conduce con necessità» alla decadenza della piccola impresa e alla concentrazione capitalistica; e proseguiva mettendo in luce le contraddizioni di questo sviluppo, che, mentre comporta un gigantesco crescere delle forze produttive, spezza le classi in campi avversi: da un lato la monopolizzazione della ricchezza sociale nelle mani di pochi capitalisti e grandi proprietari, dall’altro i proletari e «gli strati intermedi in decadenza», per i quali aumenta sempre più l’«insicurezza della loro esistenza, la miseria, l’oppressione, l’asservimento, l’umiliazione, lo sfruttamento». A tutto ciò si contrapponeva l’inevitabile crescita del proletariato e dei senza lavoro; e quindi il suo effetto sociale, «il contrasto sempre più nettamente politico: «la sempre più aspra lotta di classe fra borghesia e proletariato, che divide la società moderna in due campi nemici e costituisce il tratto distintivo comune a tutti i paesi industrializzati. (…) Il programma di Erfurt ebbe una immensa influenza sui partiti socialisti europei della Seconda Internazionale. E, in particolare, a testimonianza di come anche un rivoluzionario quale Lenin lo «leggesse», è utile tenere presenti le sue chiare parole, le quali suonano una difesa netta contro le critiche che ad esso venivano rivolte (molte altre ne saranno rivolte, anche da recenti studiosi, di «opportunismo» congenito, ecc.): «Non abbiamo alcun timore di dire che vogliamo imitare il programma di Erfurt: non c’è nella di male ad imitare ciò che è buono, ed appunto adesso, quando capita così spesso di sentire una critica opportunistica ed ambigua di questo programma, riteniamo nostro dovere dichiarare apertamente che lo condividiamo» (1) [Massimo L. Salvadori, ‘Riforme e rivoluzione nella dottrina e nell’azione della socialdemocrazia tedesca’, saggio apparso nel volume: ‘Riforme e rivoluzione nella storia contemporanea’ a cura di Guido Quazza, Einaudi, 1977] (pag 71-74) [(1) V.I. Lenin, ‘Opere complete’, vol. IV, Roma, 1957, p. 237] [‘Il testo del programma di Erfurt è stato pubblicato in ‘Revolutionäre deutsche Parteiprogramme’, a cura di L. Berthold e E. Diehl, Berlin, 1964, pp. 82-86′ (v. nota (1) pagina 73)] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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