“Kautsky sottolineava che i contadini e i piccoli borghesi assumevano una collocazione molto ambigua nelle lotte di classe a causa della loro duplice natura di ceti possidenti e nello stesso tempo sfruttati dal capitalismo. Questa riflessione trovava una concreta verifica nelle pagine dell’introduzione agli scritti di Marx su ‘Rivoluzione e controrivoluzione in Germania’, pubblicati nel 1896 in cui Kautsky metteva in evidenza la crescente ostilità dei piccolo-borghesi e dei contadini verso la borghesia che si era manifestata negli ultimi decenni e che costituiva un significativo mutamento rispetto alla situazione del ’48, quando tutte queste classi avevano numerosi interessi comuni. In conseguenza della loro sempre più difficile situazione economica, la piccola borghesia e i contadini avevano sviluppato un forte movimento di opposizione nell’intera Germania che si era accompagnato al riconoscimento della necessità di una partecipazione alla politica statale, alimentata anche dallo sviluppo della formazione scolastica e di traffici nelle campagne: «ogni villaggio sta in regolare contatto con i centri del movimento politico ed economico; …il contadino… legge adesso il suo giornale. Ha ottenuto il diritto di voto, può riunirsi con i suoi compagni in assemblee e associazioni, ha raggiunto la forza politica e la coscienza che le sue opinioni politiche non sono senza influenza per lo Stato e la sua politica economica (22)». Kautsky era ben consapevole che la maturazione di questa coscienza politica tra la piccola borghesia e i contadini in Germania avveniva a spese della democrazia borghese ed alimentava la crescita di un altro movimento, che definiva «democrazia reazionaria», rappresentato dall’Ultramontanismo e dall’Antisemitismo e caratterizzato da un atteggiamento di ostilità verso la borghesia (23). Tuttavia egli non escludeva che in determinate situazioni questi ceti potessero aiutare il proletariato in lotta ad eliminare alcuni ostacoli sulla sua strada, per cui il programma della socialdemocrazia, senza rinunciare ai principi del partito, doveva saper unire gli interessi del proletariato con quelli dei ceti medi. Kautsky aveva affrontato il problema del collegamento con le altre forze sociali fin dagli anni ottanta, in relazione al ruolo dei movimenti nazionali dei paesi sottoposti al dominio coloniale, ed aveva individuato nella question agraria il punto di incontro tra la soluzione del problema nazionale e quella «del problema della reale emancipazione dei contadini egiziani», – in contrapposizione alla concezione engelsiana secondo cui l’anima di ogni rivoluzione socialista era in ogni caso il proletariato dell’Occidente capitalistico – proprio in una fase nella quale il movimento socialista non era ancora pervenuto ad elaborare con chiarezza una concezione delle «alleanze» della classe operaia (24). E questo orientamento veniva ribadito in occasione del giudizio sul movimento dei Fasci in Sicilia, una realtà dove la presenza di un sistema feudale di latifondi con vecchi metodi produzione nel quale erano stati introdotti i più raffinati metodi dello sfruttamento capitalistico non aveva fatto maturare i presupposti per una trasformazione in senso socialista. Su queste basi non si poteva sviluppare un movimento socialista in senso moderno, ma soltanto un movimento che, se fosse riuscito ad imporsi, poteva puntare all’eliminazione dei residui feudali e alla creazione di condizioni borghesi, attraverso la distruzione dei latifondi e la formazione di una classe di liberi contadini. Tuttavia i lavoratori agricoli siciliani si erano uniti lo stesso al partito socialista, e Kautsky considerava questo un segnale importante: «La socialdemocrazia… – scriveva – prende le parti degli sfruttati anche là, dove le condizioni non permettono ancora di mirare ad obiettivi che stanno oltre la società borghese… E adesso la socialdemocrazia è l’unico partito che è passato di tutto cuore dalla parte non solo dei lavoratori salariati, ma anche dei contadini e degli affittuari, benché il loro movimento per il momento non può ancora essere una lotta per obiettivi socialisti (25)». Nel complesso, Kautsky era convinto che il processo di proletarizzazione dei contadini e dei piccoli borghesi non fosse assoluto, per cui il proletariato non rappresentava ancora la maggioranza della popolazione e il suo ritmo di crescita non era così rapido come molti si aspettavano. Nello stesso tempo egli considerava del tutto inappropriata l’espressione della «unica massa reazionaria», con la quale si indicava l’insieme delle forze diverse dal proletariato. Su questo terreno si realizzava la convergenza con Bernstein, nel quadro di un comune impegno di lotta contro il retaggio della dottrina lassalliana e delle idee «democratico-populiste», che caratterizzava le posizioni dei vertici del partito” (pag 61) [(22) Introduzione a K. Marx, ‘Revolution und Kontre-revolution in Deutschland’, Stoccarda, 1896, p. XXVI; (23) Ivi, p. XXVII; (24) F. Andreucci, ‘Socialdemocrazia e imperialismo. I marxisti tedeschi e la politica mondiale 1884-1914’, Roma, 1988, p. 87-91; 100-102; (25) K. Kautsky, ‘Der Kapitalismus fin de siècle’, in “Neue Zeit”, 12, 1, 1893-1894, p. 592] [Nicola D’Elia, ‘Tra «ortodossia» e «opportunismo»: Kautsky e Bernstein sulla questione agraria’, ‘Società e storia’, Milano, n. 87, gennaio-marzo 2000, pag 53-80]

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