“La storia e la sostanza della tesi della continuità [tra bolscevismo e stalinismo, ndr] giustificano un’analisi più attenta. La controversia sulle origini e la natura della singolare politica di Stalin cominciò in effetti in Occidente agli inizi degli anni Trenta. Per molti anni, tuttavia, rimase interesse quasi esclusivo della Sinistra politica, specialmente dei comunisti anti-staliniani, e in particolare di Trotskij. Alla metà degli anni Trenta, dopo un primo periodo di dichiarazioni contraddittorie e inconcludenti, l’oppositore in esilio sviluppò la sua celebre tesi che lo stalinismo non fosse il compimento del bolscevismo, come ufficialmente si proclamava, ma la sua «negazione termidoriana», il suo «tradimento». Nel 1937 Trotskij poteva aggiungere: «L’attuale purga traccia tra bolscevismo e stalinismo… un intero fiume di sangue» (6). L’accusa di Trotskij, inequivocabile anche se un po’ ambigua nella sua logica, che lo stalinismo rappresentasse un regime burocratico controrivoluzionario, «diametricalmente opposto» al bolscevismo diventò il punto focale di un intenso dibattito nella Sinistra occidentale ed anche tra i trotskisti stessi (e gli ex trotskisti). (…) La teoria della «linea retta» tra bolscevismo (o leninismo, come impropriamente si usa dire) e i tratti fondamentali della politica di Stalin è stata recentemente ripresa e diffusa da Aleksandr Solzenicyn. Ma per parecchi anni è rimasta il cardine intorno a cui si sviluppavano gli studi accademici sull’Urss (…). La tesi della continuità non fu soltanto opera di docenti universitari. Un ruolo importante venne giocato da una pletora di intellettuali ex comunisti (Solzenicyn è uno degli ultimi esempi) la cui odissea intellettuale prima li portò lontano dallo stalinismo, poi dal bolscevismo-leninismo e infine dal marxismo. (…) La crescente centralizzazione, burocratizzazione e intolleranza amministrativa del partito dopo il 1917 promosse certamente l’autoritarismo nel sistema monopartitico e favorì il sorgere di Stalin. Ma sostenere che questi sviluppi predeterminarono lo stalinismo, è tutt’altra questione. Anche negli anni Venti, dopo la burocratizzazione e la militarizzazione alimentate dalla guerra civile, il partito ai livelli alti non era (né era mai stato ) quella avanguardia disciplinata che si immaginava nel ‘Che fare?’. Rimaneva un partito oligarchico, secondo le parole di uno dei suoi dirigenti, «una federazione negoziata tra gruppi, raggruppamenti, frazioni e tendenze» (50). In breve, i «principi organizzativi» del partito non produssero lo stalinismo prima del 1929, né lo hanno prodotto nel 1953. (…) Considerando la realtà «efficiente» o interna, parecchi anni fa Robert C. Tucker giunse a una conclusione molto diversa: «Quel che noi chiamiamo con noncuranza “il sistema politico sovietico” è meglio visto e analizzato come una successione storica di sistemi politici all’interno di un quadro costituzionale in gran parte continuo». Il sistema bolscevico era stato un sistema di dittatura di partito, caratterizzato da una politica di vertice oligarchica all’interno del partito dominante. Dopo il 1936 e la Grande Purga staliniana, nonostante una «continuità di forme organizzative e di nomenclatura ufficiale» del tutto esteriore, il «sistema monopartitico aveva ceduto il posto a un sistema monopersonale, il partito dominante a una personalità dominante». E’ stato insomma un cambiamento diffuso da un regime partitico oligarchico a un regime «führeristico» autocratico; il che «si riflesse nell’intero sistema di cambiamenti in atto nel processo politico, nel quadro ideologico, nell’organizzazione del potere supremo e nei modelli di comportamento ufficiali» (52). Le continuità visibili regolarmente dettagliate – ‘leader’, il partito, terrore, guerra di classe, censura, marxismo-leninismo, purghe, ecc., – erano sintetiche e illusorie. I termini potevano ancora essere applicabili, ma il loro significato era diverso (53). La conclusione di Tucker che il terrore staliniano «ruppe la spina dorsale del partito, lo eliminò come … classe dominante» è stata ampiamente confermata da prove più recenti (54). Dopo che le purghe ebbero spazzato via tra il 1935 e il 1939 almeno un milione di iscritti, il primato del partito – la «essenza» del bolscevismo-leninismo secondo la definizione degli studiosi – non c’era più. La sua ‘élite’ (praticamente massacrata nel suo complesso), la massa degli iscritti (nel 1930 il 70% risultava aver aderito al partito nel 1929 e dopo), la sua etica, il suo ruolo non erano più quelli del vecchio partito, o anche del partito del 1934. Anche nella sua nuova forma stalinista, l’importanza politica del partito si rivelò di gran lunga inferiore a quella della polizia, e la stima ufficiale di cui godeva inferiore a quella dello Stato. I suoi organi deliberativi – il congresso del partito, il Comitato centrale, e infine il Politbjuro – si rinnovavano assai raramente (55)” [Stephen Cohen, ‘Bolscevismo e stalinismo’, in ‘Studi storici’, Roma, n. 4 ottobre-dicembre 1978] (pag 687-688, 691, 701-702) [note: (6) L. Trotskij (Trotsky), ‘Stalinism and Bolchevism’, New York, 1972, pp. 15-17; e ‘The revolution Betrayed’, New York, 1945. Si veda anche ‘Does the Soviet Government Still Follow the Principles Adopted Twenty Years Ago?’, in ‘Writings of Leon Trotskij’, New York, 1970, pp. 169-172′; e ‘La loro morale e la nostra’, Bari, 1967; (50) N. Bucharin, ‘K voprosu o trotskizme’, Mosca e Leningrado, 1925, p. 11. Per esporre questo argomento con altre parole, il famigerato bando del frazionismo nel partito non fu, come gran parte degli studiosi pensa, il culmine della tradizione bolscevico-leninista, ma un donchisciottesco tentativo fatto da una direzione spaventata di controllare, o di esorcizzare con metodi legislativi, la propria tradizione. Come gli storici ufficiali hanno lamentato nel corso degli anni, la storia del partito è stata una storia di «lotte di frazione». Cfr. M. Gaisinkij, ‘Borba uklonami ot generalnoj linii partii: istriceskii ocerk vnutripartiinoj borby posleoktiabrskogo’, 2° ed., Mosca e Leningrado, 1931, e Slepov, op. cit., p. 22; (51) Vedi, per esempio, Inkeles, ‘Social Change in Soviet Russia’, cit., p. 41; e B.D. Wolfe in ‘The USSR after Fifty Years’, a cura di S. Hendel e R. Braham, New York, 1967, p. 153; (52) Tucker in ‘Development of USSR, cit., p. 33; ‘Soviet Mind’, cit., pp. 78-79; (53) Sulla «purga» e la «guerra di classe», per esempio, vedi la recensione di R. Slusser, a ‘The Permanent Purge’ di Brzezinski in ‘American Slavic and East European Review’, v. XV, n. 4, dicembre 1956, pp. 543-46; e Tucker, ‘Soviet Political Mind’, cit., pp. 55-56; (54) Ibid., p. 135. Vedi inoltre Conquest, ‘The Great Terror’, cit, capp. 8, 13; e Medvedev, ‘Let History Judge’, cit., cap. 6. Conquest chiama la distruzione del partito «una rivoluzione altrettanto completa, anche se più dissimulata, di ogni altro cambiamento in Russia» (p. 251); (55) Tra il 1918 e il 1933 ci furono dieci congressi del partito, dieci conferenze di partito, e 122 plenum del Comitato centrale. Tra il 1934 e il 1953, ci furono tre congressi (solo uno dopo il 1939), una conferenza e ventitre plenum del Comitato centrale (nessuno nel 1941-1943, 1945-46, 1948 o 1950-51). ‘Sovetskaja istoriceskaja entsikloedija’, vol. 8, Mosca, 1965, p. 275. Secondo Medvedev, l’espressione «soldato del partito» fu sostituita da quella «soldato di Stalin». Vedi ‘Let History Judge’, cit., p. 419. Per un esempio del culto dello Stato, vedi K.V. Ostrovitjanov, ‘The Role of State in the Socialist Trasformation of Economy of the USSR’, Mosca, 1950] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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