“La polemica con la scuola francese costituisce lo snodo a partire dal quale è possibile riflettere meglio su due elementi centrali della concezione di [Hans Ulrich] Wehler: da un lato l’esigenza di teorie si precisa meglio come esigenza di teorie dei ‘tempi medi’, e per teorie Wehler intende delle costruzioni modellistiche che si basino sull’evolversi della congiuntura economica e che riguardino essenzialmente il periodo storico che dalla rivoluzione industriale conduce fino ai nostri giorni. Per quanto riguarda il secondo punto, che da un lato delimita drasticamente la portata del discorso di Wehler ma che dall’altro ne accentua la pregnanza per la comprensione dei problemi del presente (e del futuro), Wehler ha evidentemente accolto la lezione di Conze ed insiste frequentemente sul salto qualitativo senza precedenti che l’industrializzazione ha fatto compiere alla storia del genere umano, modificandone radicalmente tutti i punti di riferimento anche storiografico (…). L’affermazione di Wehler sulla necessità di basare le teorie storiche dei tempi medi sull’andamento delle onde congiunturali implica il confronto con il marxismo al quale Wehler, a differenza di gran parte dei suoi colleghi tedeschi, non si sottrae. Anzi, egli afferma esplicitamente più volte nel corso dei suoi lavori principali di avere utilizzato per l’elaborazione dei modelli relativi le categorie marxiane e sostiene di basarsi prioritariamente sui fattori economici. Una valutazione positiva dell’apporto marxiano alla conoscenza storica e teorica dell’industrializzazione occidentale per la sua capacità di considerare sinteticamente le sfere dell’economia, della società e del potere politico, è presente anche in altri passi delle sue antologie. Ma Wehler sottolinea d’altra parte il suo rifiuto del «monismo causale» o di qualsivoglia altra scala di priorità delle categorie interpretative. Perciò il suo approccio alla concezione marxiana non costituisce l’accettazione supina di essa, ma piuttosto un utilizzo strumentale delle sue potenzialità metodologiche, per cui Wehler intende distinguersi dal dogmatismo degli esponenti della nuova sinistra. Altrove, poi, Wehler non manca di evidenziare talune vistose carenze analitiche del marxismo soprattutto rispetto alla problematica della modernizzazione. Appare chiaramente come Wehler faccia riferimento a Marx soprattutto in connessione con Weber, che egli definisce il «Marx borghese» (69), con l’obiettivo palese di trovare le analogie tra questi due pensatori, a suo avviso fondamentali. Questo obiettivo si palesa in un passo in cui Wehler argomenta come anche a livello epistemologico, dove le contraddizioni tra questi due teorici sembrerebbero più che mai insormontabili, sia invece possibile mediare, nel senso di fondare una concezione epistemologica che assuma sia il dato di una realtà esistente per sé (come nel marxismo), sia quello della presenza determinante di precisi interessi di conoscenza (come nella sociologia della conoscenza weberiana). Al di là della scarsa linearità dell’argomentazione wehleriana, tra le poche di carattere teorico che si possono ritrovare nella sua pur ampia produzione, occorre a mio avviso sottolineare piuttosto i pregi del confronto che questo storico instaura con il marxismo, confronto critico e costruttivo in contrapposizione con la tradizione storiografica tedesca, che considera il marxismo soprattutto come la dottrina ufficiale della DDR. La concezione di Wehler si precisa quindi come esigenza di approcci polivalenti, che evidenziano i processi di interazione fra società ed economia, potere ed ideologia. Importante sotto questo profilo è il dibattito sul «capitalismo organizzato», che a partire dal ’72 ha indubbiamente offerto un campo di indagine molto fruttuoso per i giovani storici della «storia strutturale», concentrato sul terreno dell’«autonomia relativa» dello Stato dall’economia, ha costituito un importante momento di chiarificazione dei contenuti di una rinnovata ‘Sozialgeschichte’ (70)” [Gustavo Corni, ‘La «Neue Sozialgeschichte» nel recente dibattito storiografico’, pag 513-540] [(in) ‘Annali dell’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento, n. III 1977’, Trento, stampa 1978] [(69) A questo proposito è immediata l’analogia con la recezione del marxismo da parte di Kocka, il quale intende armonizzarlo con il weberismo, però soprattutto nel senso di integrare Weber, superando il suo radicale decisionismo. Cfr. ‘Karl Marx und Max Weber. Ein methodologischer Vergleich’, in “Zeitschrift für die gesamte Staatswissenschaft”, CXXII, 1966, pp. 328-358; (70) Cfr. ‘Organisierter Kapitalismus’, herausgegeben von H. Winkler, Göttingen, 1974. Su questo terreno si è indubbiamente verificato un avvicinamento fra le posizioni di Wehler e di Kocka, che sono gli interpreti più autorevoli della punta avanzata del dibattito storiografico contemporaneo in Germania; in particolare Wehler ha vieppiù abbandonato il suo privilegiamento del fattore economico, rivalutando in questo ambito ad es. la storia politica (cfr. ‘Moderne Politikgeschichte oder Grosspolitik der Kabinette’, in “Geschichte und Gesellschaft”, I, 1975, pp. 344-369). Dall’altro, Kocka ha ampiamente abbandonato la precedente pregiudiziale secondo cui Wehler non sarebbe altro che una marxista, nel saggio ‘Sozialgeschichte-Strukturgeschichte’, in “Archiv für Sozialgeschichte’, XV, 1975, pp. 1-43]

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