“La maggiore ricchezza di contenuto storico indica che i ‘Grundrisse’, pur continuando i temi centrali dei ‘Manoscritti di Parigi’, li trattano in modo «più maturo» di quanto non fosse possibile quando Marx non aveva ancora raggiunto una sintesi delle sue idee sulla filosofia e sull’economia. La chiave per capire la duplice natura del capitalismo – e le possibilità di una società non alienata in esso contenute – è il concetto di tempo. «Economia di tempo – in questo si risolve infine ogni economia», disse Marx (23). I profitti del capitalismo furono costruiti sul sovrappiù di tempo di lavoro, eppure allo stesso tempo la ricchezza del capitalismo emancipò l’uomo dal lavoro manuale e gli diede sempre maggiore disponibilità di tempo libero. Il capitale è esso stesso una «rivoluzione permanente»: “In virtù di questa sua tendenza, il capitale spinge a superare sia le barriere e i pregiudizi nazionali, sia l’idolatria della natura, la soddisfazione tradizionale, orgogliosamente ristretta entro angusti limiti, dei bisogni esistenti, e la riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di tutto questo il capitale opera distruttivamente, attua una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei bisogni, la varietà della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e dello spirito” (24). Ma, agli occhi di Marx, proprio queste caratteristiche del capitalismo ne comportavano la dissoluzione. La sua ricchezza era fondata sull’introduzione delle macchine, seguita (qui la preveggenza di Marx è straordinaria) da quella dell’automazione, e ciò comportava una contraddizione sempre crescente tra la diminuzione del ruolo svolto dal lavoro nella produzione della ricchezza sociale e la necessità per il capitale di appropriarsi il pluslavoro. Il capitale era perciò grandemente creativo e altrettanto grandemente distruttivo: «Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (‘question de vie et de morte’) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per essi solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base» (25)” [David McLellan, ‘Il pensiero di Karl Marx’, Torino, 1975] [(23) Marx, ‘Lineamenti fondamentali’, cit., Vol. I, p. 118; Marx, ‘Lineamenti fondamentali’, cit., vol II, pp. 11-12; (25) Marx, ‘Lineamenti fondamentali’, cit., vol II, p. 402]

Chiudi il menu