“Per chiarire i termini della questione che abbiamo accennato occorre partire dalla constatazione del grosso problema, direi pregiudiziale, che si pone per comprendere la storia della società italiana: cioè il problema della soluzione di continuità, della rottura, della “caduta” di cui parlava il Labriola, e per cui l’economia mercantile in un primo momento non sfocia in Italia nel modo di produzione capitalistico. Questo fatto storico tipico della vita italiana, sottolineato da Marx in una nota del I libro del ‘Capitale’, costituisce il problema fondamentale della storia economica e sociale d’Italia nei secoli fra il XIV e il XVII; e trova una prima risposta generale nella impostazione che dello sviluppo storico della economia mercantile ha fatto Marx nel III libro della sua opera. (…) “Presso i Veneziani, i Genovesi, gli Olandesi, scrive Marx, il guadagno principale non proviene dalla esportazione dei prodotti della propria terra, ma dal mediare lo scambio dei prodotti di comunità men sviluppate dal punto di vista commerciale ed economico e dallo sfruttare entrambi i paesi di produzione”. Nella economia mercantile anche per dir così all’interno della comunità, o città in cui ha il suo centro, il commerciante del Medioevo non è che un “traspositore” e in questo caso il traspositore delle merci prodotte dai membri delle corporazioni e dai contadini; il commerciante fa lavorare per suo conto la piccola industria su base artigiana soprattutto quella della campagna. Il mercante assume così un posto dominante nelle città e si contrappone al proprietario terriero e all’economia agricola naturale e al lavoro manuale stretto nelle corporazioni urbane dell’età medievale, ma lascia spesso lavorare i produttori in modo indipendente, o meglio lascia lavorare i produttori secondo l’antico sistema, limitandosi talvolta a esercitare un controllo indiretto sulla produzione (1). Questo è il caso soprattutto di Venezia e di Genova, dove il controllo della produzione si può dire avviene attraverso il predominio politico di una aristocrazia mercantile. A Genova è il comune stesso l’organizzazione della aristocrazia mercantile, e i grandi mercanti non sentono bisogno di organizzarsi in corporazioni. A Venezia la corporazione è uno strumento di dominio sulla classe numerosa degli artigiani. E qui specialmente evidente è il diverso peso del produttore e del piccolo commerciante rispetto al mercante, nel senso più completo e più alto della parola, che gode tutti i diritti politici e può partecipare col proprio capitale e di persona al traffico internazionale nei mari lontani (2)” [S.F. Romano, ‘Il sistema feudale e l’economia mercantile nei secoli XVI e XVII. Questioni di storia economica e sociale d’Italia dal XVI al XIX secolo’, Roma, 1955] [(1) C. Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. XX (trad. it. Rinascita, Roma, 1954, p 394 e segg.; (2) G. Luzzatto, ‘Storia economica d’Italia’, Firenze; 1949, Vol. I., p. 326]