“Ma se il fondo del pensiero del Marx rimase quello degli utopisti (1), in che mai egli si distaccò da loro, tanto da darsi a credere di esser passato dall’utopia alla scienza? Non certo semplicemente per avere sbandito il metodo della persuasione, della propaganda e dell’esempio, professato e tentato dai comunisti utopisti, ed esser tornato al metodo della violenza secondo la tradizione del Babeuf e la pratica allora del Blanqui, perché il momento della violenza anche il Marx l’ammetteva, ma al modo dell’opera della levatrice che trae alla luce il parto maturo, intervenendo la violenza ad eseguire la sentenza di condanna su ciò che la storia ha già condannato. Il suo concetto si fondava sullo schema di filosofia della storia mutuato e imitato da quello hegeliano: mutuato, perché procedeva come quello per epoche logicamente dedotte l’una dall’altra, imitato e altrimenti colorito, perché le sue epoche storiche, diversamente dalle hegeliane, non erano distinte secondo i gradi della libertà ma secondo i gradi dell’economia, e il protagonista era qui non la germanicità ma il proletariato, che doveva seppellire la borghesia come la borghesia aveva seppellito il feudalismo, e come il feudalismo e il suo servaggio avevano fatto, al tempo loro, dell’antica economia di schiavi. Questa costruzione metafisica, e, come si è detto, di provenienza teologica, queste previsioni aprioristicamente sicure (il Labriola, per farle passare, le chiamava “previsioni morfologiche”), questo deteriore hegelismo, del quale il Marx, e il suo pedissequo Engels, proclamavano erede il proletariato tedesco (2), è ciò che egli denominava “scienza”; e per questa non scienza ma metafisica della più bella acqua, s’illuse di avere assiso su salde basi il comunismo e di poterlo a ragione contrapporre come scientifico all’antecedente utopismo. Il comunismo non era già una forma sociale un tempo posseduta e da riacquistare, e neppure era, a suo senso, un ideale da attuare, ma il movimento effettuale, ‘die wirkliche Bewegung’, che la storia compie da sé, per la sua intrinseca logica (3). Il Marx fu sempre assai rigoroso e meticoloso nel criticare ed opporsi a ogni tentativo di saltare alcuno dei gradi di transizione da lui dedotti come necessari, e anzitutto all’impetuoso e anacronistico rivoluzionarismo, che si rifiutava allora di allearsi e dare sostegno al radicalismo borghese e alle sue richieste d’istituzioni liberali, le quali la borghesia doveva ottenere per proprio perfezionamento e prima di essere rovesciata, per questo perfezionamento stesso, dal proletariato; e parimente all’impazienza che non voleva aspettare la maturazione del proletariato a tal vigore e coscienza che lo facessero pronto e capace successore della borghesia e creatore della nuova società” [Benedetto Croce, ‘Il materialismo storico del Marx’ (1947) (in) ‘Filosofia – Poesia – Storia. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore. I.’, Milano-Napoli, 2006] [(1) Che questo fondo passasse tal quale nell’unico marxista italiano che seriamente ripensò e procurò di assimilare il Marx, Antonio Labriola, feci già altra volta avvertire. Si veda in ‘Materialismo storico ed economia marxistica’ (ottava ed., Bari, 1946, pp. 305-6 n.). Per il Labriola, nella società comunistica, “organizzata in modo da dare a tutti i mezzi di perfezionarsi”, essendo stati “rimossi gli impedimenti al libero sviluppo di ciascuno”, che “ora differenziano le classi e gl’individui”, avviene che ciascuno trovi “nella misura di ciò che occorre alla società il criterio di ciò che per lui è il fattibile e il necessario a fare”, adattandosi al fattibile “non per esterna costrizione”, ecc. ecc., e cade l’antinomia dell’ottimo e del pessimo, e l’opposizione tra diritti e doveri, perché ciascuno naturalmente presta secondo le sue forze e riceve secondo i suoi bisogni; e sarà eliminata in buona parte la materia della penalità, e non vi sarà bisogno di sanzioni religiose; e così via; vedi ‘Discorrendo di socialismo e di filosofia’, seconda edizione, pp. 101-3; (2) Il pensiero, svolto molto più tardi dall’Engels, nel suo scritto sul Feuerbach, è già nella marxistica ‘Critica della filosofia del diritto di Hegel’, che ha la data del 1844; (3) Ueber historischen Materialismus’, cit., p. 72] (pag 553-555)

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