“Nella sua critica dell’economia politica svolta nel ‘Capitale’, nei manoscritti noti come ‘Teorie sul plusvalore’ e nei ‘Grundrisse’, Marx intendeva mettere a nudo “le leggi di movimento” del modo di produzione capitalistico. Ciò richiedeva un’ampia e attenta  ricerca che, come è noto, egli non visse abbastanza per portare a termine. Tuttavia, è possibile dire quali fossero le “leggi” che Marx considerava come decisive e specifiche del modo di produzione capitalistico. Non ogni ‘tendenza’ veniva elevata da Marx allo statuto di legge. E neppure erano le più ovvie tendenze di superficie dello sviluppo capitalistico ad avere necessariamente valore causale: per dirla con Marx, “ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero” (13). L’economia borghese è interessata  soprattutto alle apparenze della superficie, e non all’essenza. Da un punto di vista metodologico, anche il suo approccio alle leggi dello sviluppo ha lo stesso carattere: e così pretende di affrontare operativamente la legge del valore solo chiedendosi se in che misura essa effettivamente determini i prezzi (14). Anche alcuni marxisti, mossi da una errata interpretazione di ciò che costituisce una “legge di movimento”, hanno cercato di trovare prove statistiche per le leggi marxiste dello sviluppo, in particolare per la caduta tendenziale del saggio di profitto. Così, sebbene vi sia indubbiamente una tendenza per cui la produzione supera il consumo, questa non è una “legge di movimento”, ma un riflesso alla superficie di altre leggi sottostanti. La fonte delle crisi capitalistiche e il funzionamento del modo di produzione capitalistico sul lungo periodo devono essere ricercati altrove. (…) Qui s’intende semplicemente insistere sul fatto che Sweezy era in errore quando cercava di interpretare Marx come se fosse stato realmente ed effettivamente un sottoconsumista. E’ necessario tornare proprio alla legge del valore, alla contraddizione fra valore d’uso e valore di scambio e al passaggio necessario della merce alla forma di denaro. E’ sintomatico che questo elemento sia relativamente trascurato nel libro di Sweezy: l’esposizione della legge del valore è dissociata in maniera più che formale dai capitoli sulle crisi e sulla teoria del crollo. Per Marx, invece, essi erano inseparabili. Discutendo contro coloro che negavano la possibilità di una generale sovrapproduzione, egli scrive: “Qui dunque le crisi vengono tolte di mezzo dimenticando o negando i primi presupposti della produzione capitalistica, l’esistenza del prodotto come merce, lo sdoppiamento della merce in merce e denaro, il momento da ciò risultante della separazione nello scambio di merci, infine il rapporto fra denaro e merce e il lavoro salariato” (15). Come dirà più avanti: “Il denaro non è solo “il mezzo, mediante il quale lo scambio viene effettuato” (…), ma al tempo stesso il mezzo mediante il quale lo scambio di prodotto con prodotto viene dissolto in due atti, indipendenti l’uno dall’altro e distanti l’uno dall’altro nel tempo e nello spazio” (16). Per Marx la crisi è inerente al modo di produzione capitalistico: ma non è una conseguenza del sottoconsumo” [Tom Kemp, Paul M. Sweezy e la teoria dello sviluppo capitalistico, (in) Annali Feltrinelli, Milano, 1974] [(13) Karl Marx, Il Capitale, vol. III, Roma, 1970, p. 930; (14) Infatti lo stesso Sweezy, nella sua difesa della legge del valore dalle critiche borghesi, ad essa rivendica “il grande merito, a differenza di altre teorie del valore, di una stretta corrispondenza con le attuali categorie contabili dell’impresa capitalistica”; (15) Questa e le citazioni seguenti sono prese dalle grandi pagine di Marx nel vol. II delle ‘Teorie sul plusvalore’, Roma, 1973, p. 543, nelle quali Marx critica la teoria dell’accumulazione di Ricardo e insiste sulla sua “incapacità ad afferrare la forma specifica della produzione borghese”; cfr. in particolare pp. 533 sgg.; (16) Karl Marx, Teorie sul plusvalore, vol. cit:, p. 546]

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