Nel suo romanzo politico Cernysevskij (‘Che fare?’ ndr) descrive gli “uomini nuovi”, la gioventù rivoluzionaria degli anni Sessanta in Russia, e tra questi dipinge la figura del rivoluzionario di professione, totalmente dedito alla causa, consapevole di lavorare per l’avvenire. «Essi sono pochi… Grande é la massa degli uomini onesti e buoni; pochi sono i Rachmetov, … soltanto essi sono la forza e il profumo di quella massa, … il motore dei motori, il sale del sale della terra…». La distinzione tra “uomini nuovi” e Rachmetov, “motore dei motori”, dalle pagine della letteratura rivivrà con Lenin nel nesso scientifico tra partito di quadri e classe rivoluzionaria. Nel 1864 Cernysevskij, condannato come “criminale di Stato”, è esiliato in Siberia. Potrà tornare al suo paese natio nel giugno 1889 e lì morirà quattro mesi dopo, il 29 ottobre. Nel rivoluzionario di professione, completamente dedito alla causa, Lenin vede la continuità con la generazione rivoluzionaria di Cernysevskij, La continuità è sancita nel titolo che Lenin dà alla sua opera scientifica, ‘Che fare?’. È il più grande onore che lo scienziato marxista poteva fare al grande ‘precursore’. (…) Lenin ha 17 anni nel 1887, anno in cui il fratello Aleksandr è condannato a morte come membro di una frazione populista che progettava un attentato contro lo zar. Il giovane Lenin entra in politica nel circolo degli studenti universitari di Kazan. Nel 1892 scrive gli appunti per relazioni che diventeranno ‘Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici?’. Il saggio sarà pubblicato nella primavera del 1894. A Pietroburgo prosegue la sua formazione rivoluzionaria nella lotta teorica e politica in una fase che lui stesso definisce della «luna di miele con il marxismo legale». Tutti diventavano marxisti, era un “fenomeno originale”. Lenin spiega che la rottura con i ‘marxisti legali’ non era dettata dalla questione delle alleanze. Le alleanze con correnti democratiche erano “naturali” nella lotta contro l’autocrazia zarista. La rottura derivava dalla lotta intransigente contro il tentativo di utilizzare queste alleanze per fare della socialdemocrazia rivoluzionaria una “appendice del movimento liberale”. Questa tesi, fondamentale in tutta la storia del movimento operaio internazionale, ci rimanda all’Italia. Engels in persona cercò di trovare un seme italiano capace di far germogliare il marxismo nella penisola. Marx, nella ‘Miseria della filosofia’ pubblicata nel 1847, riflette sui ‘teorici utopisti’ del socialismo e scrive: «A misura che la storia avanza e con essa la lotta del proletariato, essi non hanno più bisogno di cavare dalla loro testa delle formule: essi non hanno che da capire ciò che passa sotto i loro occhi e farsene interpreti. A cominciare da questo momento la scienza prodotta per mezzo del movimento reale, associata ad esso, in completa cognizione di causa, cessa di essere dottrinaria e diventa rivoluzionaria». La “fase dottrinaria” corrisponde all'”infanzia ribellistica” del socialismo”. (…) Una riflessione di Lenin ci porta a una pietra miliare della teoria del partito: «Un comitato di studenti non serve: è troppo instabile! Benissimo! Ma la conseguenza è che occorre un comitato di rivoluzionari di professione. Studenti o operai poco importa, essi sapranno fare di se stessi dei rivoluzionari di professione». La concezione del partito in Lenin è chiara: «La struttura di ogni organismo è necessariamente e inevitabilmente determinata dal contenuto della sua attività…». Il partito è l’organizzazione dell’attività dei rivoluzionari di professione. Questa attività è la lotta per rafforzare ed estendere l’organizzazione dell’avanguardia di classe rivoluzionaria contro i tentativi di «svilire il programma e la tattica». Come ricordava Cervetto, “tattica” nel linguaggio dell’epoca di Lenin è sinonimo di ‘strategia’. “Programma” e “tattica” sono la coscienza portata dall’esterno. Martov è uno de più prestigiosi esponenti del menscevismo. Riteneva “non marxista” la tesi di Lenin sulla coscienza portata dall’esterno, che intendeva come generalizzazione delle circostanze specifiche dello sviluppo della socialdemocrazia russa. E valutava il “culto” per i rivoluzionari di professione come un antistorico retaggio della fase politica di Cernysevskij. Martov non coglieva il nesso dialettico strategia-organizzazione. Come scrive Cervetto, era un antesignano della politica che attaccava «la concezione organizzativa per rendere la classe operaia disarmata di fronte alla politica revisionista». Solo la visione strategica di Lenin poteva arrivare alla necessità di un partito che ha «un piano strategico e che per attuare questo piano strategico deve pianificare lo sviluppo dello strumento organizzativo necessario al fine…». Il salto di qualità nel rapporto partito-strategia, insito nel ‘Che fare?’; ci guida ancora in alcune pagine della storia del movimento operaio in Italia” (pag X-XIX, prefazione dell’editore (RC), in ‘V.I. Lenin – Arrigo Cervetto, ‘Che fare? – Letture: La lotta decisiva’, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2004]
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- Articolo pubblicato:2 Settembre 2026
