“Nell’estate 1917, alla vigilia della conquista del potere, Lenin aveva scritto ‘Stato e rivoluzione’. Aveva dichiarato che la burocrazia sarebbe stata praticamente eliminata. Aveva immaginato una gestione del potere così semplice da essere alla portata di tutti, anche dell’operaio e del contadino dotati di un grado minimo di istruzioni, capaci soltanto di leggere, scrivere ed eseguire le quattro operazioni. Bastarono poche settimane di governo per rivelare tutta l’irrealtà di questo progetto. Era impossibile governare senza i burocrati professionali, senza i tecnici, senza gli ufficiali zaristi, senza tutti coloro che i bolscevichi definirono: gli specialisti borghesi. Negli uffici, nelle fabbriche e nelle caserme gli specialisti borghesi risultarono insostituibili. Ed anzi, proprio la socializzazione delle imprese, i tentativi di pianificazione, le norme sui razionamenti, sugli approvvigionamenti e sul lavoro obbligatorio, favorirono la crescita della burocrazia. Il 19 marzo 1919, all’VIII Congresso del Partito comunista russo, Lenin confessò: «Questo vecchio elemento burocratico prima l’abbiamo scacciato, scrollato, e poi abbiamo ricominciato ad affidargli nuovi posti. I burocrati zaristi sono passati a poco a poco nelle istituzioni sovietiche in cui diffondono il burocratismo. Si travestono da comunisti e, per una migliore riuscita della loro carriera, si procurano la tessera del Partito comunista russo. Così, dopo essere stati scacciati dalla porta, rientrano dalla finestra!» (7). E in un opuscolo scritto sempre nel 1919 Lenin ripeté che i burocrati e i tecnici erano rimasti i borghesi di un tempo: «Essi sono borghesi nell’intimo, dalla testa ai piedi, per la loro concezione del mondo e per le loro abitudini. Dobbiamo dunque disfarcene? Non ci si può disfare di centinaia di migliaia di persone! E se ce ne disfacessimo, per noi sarebbe un suicidio. Per costruire il comunismo non abbiamo che il materiale creato dal capitalismo» (8). Nel novembre 1922, pronunciando al IV Congresso dell’Internazionale il suo ultimo discorso pubblico, Lenin continuò a proclamare: «Abbiamo ereditato il vecchio apparato statale e questa è la nostra disgrazia» (9)” (pag 34-35) [Piero Melograni, ‘Saggio sui potenti’, Einaudi, Torino, 2019] [(7) Lenin, Discorso all’VIII Congresso del Partito comunista russo, in Opere complete, cit., vol. XXIX, p. 163; (8) Lenin, Successi e difficoltà del potere sovietico, ivi, p. 60; (9) Lenin, Opere complete, cit., vol. XXXIII, p. 394] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

Chiudi il menu