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“La critica di Bernstein alla teoria delle classi di Marx è radicale. Prefigura quella di Weber e contiene tutti gli aspetti essenziali della teoria sociologica moderna della stratificazione sociale. Sappiamo quanto sia decisiva, per Marx, la distinzione tra «classe in sé» (la situazione economico-sociale in cui versano determinati gruppi di individui i conseguenza dei rapporti di produzione) e «classe per sé», che il modo in cui le classi acquistano coscienza della loro situazione conflittuale, si organizzano e lottano contro le classi antagoniste per difendere i loro interessi e dominare la società. Questi due aspetti, per Marx, è opportuno distinguerli perché non è affatto meccanico il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé; perché, per esempio, la classe operaia nella situazione di «classe in sé» è ancora un insieme di gruppi che, nonostante la comune situazione di sfruttati, sono ancora ostacolati dalla concorrenza e dall’individualismo egoistico, dagli interessi corporativi di categoria, da pregiudizi nazionalistici, razziali, eccetera, a unirsi per prender coscienza e lottare come «classe per sé». Ma se è opportuno distinguere questi due aspetti, essi sono però, per Marx, indisgiungibili: anche quando la classe  in sé – com’è accaduto per la classe operaia americana – ha tentato senza riuscirci di organizzarsi in un proprio partito politico, c’è pur sempre il fatto di questi tentativi e occorre spiegare perché non c’è riuscita. In ogni caso, ogni situazione di sfruttamento comporta delle reazioni e delle lotte contro lo sfruttamento, per quanto inadeguate possano essere; se si separa lo sfruttamento dalle lotte che esso suscita, è come negare che una situazione di sfruttamento sia una situazione conflittuale. Ebbene la critica di Bernstein prende le mosse proprio dal fatto che – com’egli scrive – Marx sarebbe incorso in un «arbitrio linguistico» perché ha mescolato «senza preoccuparsi, i concetti di classe e di partito» con le definizioni di «classe in sé e classe per sé» (v. Klasse un Klassenkampf in Sozialistische Monathefte, 1905). Per Bernstein, invece, la «classe, nel senso di classe sociale, è un concetto economico-sociale, per la cui determinazione sono rilevanti  i contrassegni economici o giuridici oggettivi, e soltanto essi. Il comportamento di una classe è del tutto irrilevante per la constatazione della sua esistenza» (ib. p. 302). Egli opera, cioè, una netta separazione tra la situazione economico-sociale di classe in cui si possono trovare determinati gruppi di individui e le loro reazioni e il loro comportamenti sindacali e politici che scaturiscono da quella situazione. Il senso di questa separazione è così evidente: si viene infatti a negare che una situazione di classe sia una situazione conflittuale. Ciò è anche desumibile dalla seconda obiezione critica che Bernstein muove a Marx. Il concetto marxiano di «classe» porta infatti a individuare, secondo Bernstein, solo la divisione ‘orizzontale’ della stratificazione sociale, quella che si ha – scrive Bernstein – «secondo il rapporto dei differenti strati sociali con la maggioranza, ovvero con i rapporti di sfruttamento» (ib. p. 203). È il riferimento ai redditi da lavoro, da capitale e da rendita fondiaria che individuano, appunto, per Marx le tre grandi classi di cui si compone la società moderna. Da questo concetto di classe, obietta Bernstein, resta escluso l’aspetto verticale della stratificazione sociale, che è poi quello che diventa decisivo nelle società moderne. Si tratta dell’aspetto connesso al livello di reddito, diverso anche all’interno di ogni classe, al rango sociale e al tenore di vita che ne consegue. Scrive Bernstein: «nella sua vita sociale reale il livello di reddito, la posizione sociale e il tenore di vita con esso connesso e da esso condizionato diventano la misura più caratteristica della appartenenza di classe», mentre i rapporti di sfruttamento rimangono un contrassegno distintivo «solo per l’osservazione specificamente economica, non per la distinzione sociale in generale. Ciò, particolarmente, anche perché il corpo sociale non diviene più semplice, ma sempre più complesso, perché alle classi che il capitalismo fa scomparire se ne sostituiscono altre più numerose, perché soprattutto l’esercito degli impiegati di ogni tipo si ingrossa a dismisura, contemporaneamente a quello delle cosiddette professioni libere» (ib. p. 304). Insomma, oggi le classi sono aperte, non rigidamente delimitate. I dislivelli tra classe e classe diminuiscono, la società appare un continuum di strati graduati che sfumano l’uno nell’altro, sicché trovi «salariati che vivono in condizioni piccolo-borghesi e … piccolo-borghesi che si sentono appieno proletari». Inoltre le influenza ideologiche e lo stesso moderno sistema partitico concorrono a «smussare la sensibilità di classe» (ib.). (…) L’analisi approda così alla pratica dissoluzione del concetto di classe; molto più importante diventa la professione e i segni distintivi del rango sociale con essa connessi; il socialismo diventa un ideale etico di giustizia e di libertà che può essere condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione se il partito socialdemocratico, che si richiama a questo ideale, rinuncia al suo carattere di classe per assumere quello di partito interclassista che propone un fine etico di giustizia sociale tale che, appunto, tutti possano condividere. È la completa rinuncia a sviluppare nella società una nuova egemonia che abbia a protagonista il proletariato, peraltro dissolto, nell’analisi sociale di Bernstein, in un agglomerato che si estende senza soluzione di continuità alla piccola e media borghesia. Così, anche la questione delle alleanze è superata; il partito può diventare il moderno partito «pigliatutto» (catch-all-party), divenire maggioritario e, coi liberali governare il paese. E infatti è per un fine politico che Bernstein, e con lui David e Vollmar, si gettano nel dibattito sulle classi contro Kautsky: per «trasformare la SPD da partito di classe degli operai dell’industria in partito nazionale (interclassista) che potesse contare nelle sue fila strati di popolazione ben più ampi» (Storia del marxismo contemporaneo, Ed. Feltrinelli, 1977, p. 82). (…) L’aspetto di maggior rilevo della critica revisionista contro cui Kautsky polemizza è la contestazione di Bernstein della popolarizzazione delle classi che, contrariamente alla previsione di Marx, non avrebbe luogo sia per quanto detto sopra sia perché si sarebbe in presenza di un fenomeno di diffusione della proprietà capitalistica anziché di concentrazione della stessa. Non è che Kautsky neghi il fenomeno di una espansione delle classi medie che aveva accompagnato in quegli anni l’espansione del proletariato industriale per l’emergere di quella nuova classe media, i «colletti bianchi», nell’industria, nel commercio e nello Stato. Questo fenomeno, del resto, è ben presente e condiviso da tutti. Ciò che Kautsky obietta è che né i contadini, né la piccola borghesia vecchia e nuova possono rappresentare alleati attendibili per il proletariato industriale tedesco, sono, per Kautsky, ceti infidi, incapaci di politica autonoma e fortemente oscillanti, che finirebbero per inficiare seriamente l’autonomia operaia” (pag 5452-5453) [Piero Lavatelli, ‘Il dibattito sulle classi nella II Internazionale’, ‘Il Calendario del Popolo’, Teti editore, Milano, n. 398, marzo 1978]