“Lenin percorre invece il secondo itinerario. Nelle opere economiche giovanili, egli aveva confutato la teoria sottoconsumistica dei populisti russi, ricorrendo agli stessi argomenti di Tugan-Baranovskij. E, come Tugan-Baranovskij, aveva chiamato in aiuto l’autorità di Marx, il quale aveva «dimostrato nel volume II (del ‘Capitale’) che è pienamente concepibile la produzione capitalistica senza mercati esteri, con una crescente accumulazione della ricchezza e senza l’intervento di terzi» (10). Ancora nel 1913, con riferimento all”Accumulazione del capitale’ della Luxemburg, Lenin aveva scritto: «Ho letto il nuovo libro di Rosa… Ne dice di grosse. Ha storpiato Marx. Sono lieto che tanto Pannekoek, quanto Eckstein O. Bauer l’abbiano unanimemente biasimata, e abbiano detto contro di lei ‘quello che io dicevo già nel 1899 contro i populisti’» (11). Lenin non crede quindi nell’autodistruzione del capitalismo. Riconosce anzi che «quanto più rapidamente aumenta la ricchezza, tanto più completamente si sviluppano le forze produttive e la socializzazione del lavoro, tanto migliore è la situazione dell’operaio» (12). La diagnosi è perciò identica a quella di Bernstein (13). Non però le conclusioni. Bernstein abbandona la «speranza nella rivoluzione»: si rende conto di quanto illusoria sia l’attesa del crollo e percepisce pure la natura liberticida della cosiddetta dittatura del proletariato. Imbocca così la strada pluralistica, quella del compromesso e delle riforme. Lenin tiene invece fermo l’obiettivo marxiano della guerra santa contro il capitalismo. L’adozione del centralismo democratico, l’organizzazione di «unità di combattimento» composta da «rivoluzionari di professione», lo sradicamento culturale della classe operaia (da sottrarre tramite la propaganda alla mentalità riformatrice e da rendere così disponibile alla rivolta armata) sono gli strumenti attraverso i quali il leader bolscevico articola il proprio programma di conquista del potere (14). Il punto è ora il seguente: nella teoria kautskiana l’espansione imperialistica è il conseguente portato delle leggi dell’economia, dei mali che stanno logorando il capitalismo. Com’è, allora, che Lenin (intenzionato ad abbattere con la forza la società borghese, perché sicuro della vitalità del suo meccanismo economico e della sua capacità di integrare la classe operaia) fa sua la teoria dell’imperialismo, che è una teoria dell’attesa? Di fronte allo strapotere della borghesia inglese, Marx scrive che «la vecchia Inghilterra non sarà abbattuta che da una ‘guerra mondiale’, la sola che possa offrire al partito cartista, il partito degli operai inglesi organizzati, le condizioni di una vittoriosa levata di scudi contro il gigantesco oppressore» (15). La posizione di Lenin coincide totalmente con quella di Marx. Il suo commento al documento finale del Congresso di Stoccarda è di una chiarezza esemplare: «Rosa Luxemburg ha proposto emendamenti alla risoluzione di Bebel, e in questi emendamenti veniva sottolineata la necessità dell’ agitazione fra la gioventù, la necessità di utilizzare la crisi generata dalla guerra per affrettare la caduta della borghesia, la necessità di tener conto dell’inevitabile mutamento dei metodi e dei mezzi di lotta a misura che la lotta di classe si inasprisce e che la situazione politica muta… Non vuota minaccia alla Hervé… ‘Hervé fa un’imperdonabile confusione tra i due problemi e dimentica il nesso causale tra il capitalismo e la guerra’. Se il proletariato accettasse la tattica herveista, si dedicherebbe ad un lavoro infruttuoso, impiegando tutto il suo potenziale di lotta… per battersi contro gli effetti (la guerra), lasciando sussistere le cause’ (il capitalismo)» (16). Ci sono perciò dei motivi ben precisi che obbligano Lenin ad utilizzare la teoria dell’imperialismo. Senza di essa, viene meno «il nesso causale tra capitalismo e guerra», viene meno cioè la colpevolizzazione della proprietà privata. Quella teoria prefigura inoltre le condizioni (il conflitto mondiale) per la «guerra civile», «la sola giusta parola d’ordine proletaria» (17). Se quindi l’espansione imperialistica era per Kautsky la fase finale dell’attesa anticapitalistica, essa è invece per Lenin il momento della chiamata alle armi, la «vigilia della rivoluzione socialista» (18)” (pag 118-119) [Lorenzo Infantino, ‘L’imperialismo, fase suprema del comunismo’, Mondo Operaio, n. 11, novembre 1984] [(10) ‘Il contenuto economico del populismo’, in ‘Opere’, Roma, Editori Riuniti, 1955, vol. I, p. 515. Vedi inoltre: ‘A proposito della cosiddetta questione dei mercati’; ‘Caratteristiche del romanticismo economico’; ‘Lo sviluppo del capitalismo in Russia’. ‘Ancora sulla teoria della realizzazione’; ‘Risposta al signor P. Nezdanov’. Sull’argomento, cfr. pure la testimonianza di Georgi Plechanov: ‘Our Differences’, in ‘Selected Philosophical Works’, Mosca, Progress Publishers, 1974, vol. I, p. 237: (11) V.lo in Roman Rosdolsky: ‘Genesi e struttura del «capitale» di Marx’, Bari, Laterza, 1975, vol. II, pp.551, corsivo aggiunto; (12) ‘Caratteristiche del romanticismo economico’, in ‘Opere’, cit., vol. II, p. 136; (13) Vedi L. Infantino ‘Rivoluzione e imperialismo’, cit.; (14) Ibidem; (15) K. Marx: ‘Il movimento rivoluzionario’, in Marx-Engels: ‘Il Quarantotto’, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 181. Anche Bakunin riteneva che il movimento rivoluzionario potesse trarre partito da una guerra mondiale. Vedi ‘Lettera ad Elisée Reclus’, ora a cura di Sam Dolgoff, in M. Bakunin: ‘Libertà, uguaglianza, rivoluzione’, Milano, Antistato, 1976; (16) La prima parte della citazione è tratta da ‘Il Congresso internazionale socialista di Stoccarda’ e la seconda da ‘Il militarismo militante e la tattica antimilitaristica della socialdemocrazia’, in Lenin: ‘Sulla guerra imperialistica’, Mosca, Edizione Progress, 1977, pp. 14 e 24, corsivo aggiunto; (17) ‘La guerra e la socialdemocrazia russa’ in ‘Sulla guerra imperialistica’, cit., p. 75. Seguendo gli insegnamenti di Marx e Bakunin, Lenin tiene ben fermo che la guerra fra le nazioni è la precondizione per la guerra civile, la rivoluzione. In una lettera inviata a Gorkij, nel gennaio 1913, Lenin scrive: «Una guerra dell’Austria contro la Russia sarebbe molto utile per la rivoluzione… ma è poco probabile che Francesco Giuseppe e Nicolino ci procurino questo piacere» (in ‘Opere’, cit., vol. XXXIV, p. 44); (18) Così Lenin scrive il 26 aprile 1917. V.lo in ‘L’imperialismo, fase suprema del capitalismo’, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 32. C’è qui una dimostrazione di come la teoria è sempre al servizio della prassi. Vedi. L. Infantino: ‘Rivoluzione e imperialismo’; cit.]