“Che ne è di Vulcano a petto di Roberts and Co., di Giove di fronte ai parafulmini, e di Ermes di fronte al Crédit Mobilier? Ogni mitologia vince, domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e a mezzo dell’immaginazione; svanisce quindi con il dominio reale su quelle forze. Cosa diventa la Fama accanto a Printinghouse Square?” (106). Queste domande, formulate da Marx nella prefazione del 1857 alla ‘Critica della economia politica’, davano per scontata una risposta negativa: le forme espressive del passato, a cominciare dalle anticaglie mitologiche, erano destinate a essere spazzate via. Sappiamo che non è stato così: mitologia greco-romana e merci capitalistiche si sono rivelate perfettamente compatibili, per esempio nella pubblicità (un fenomeno su cui tornerò tra poco). Ma le domande di Marx scaturivano da una convinzione più generale e più profonda, ch’egli formulò attraverso la contrapposizione tra “la rivoluzione sociale” [cioè proletaria] del secolo decimonono” e le rivoluzioni precedenti: “prima la frase sopraffaceva il contenuto, ora il contenuto trionfa sulla frase” (107). “Ora”, cioè nell’età della formazione sociale borghese, sinonimo per Marx di “fredda realtà”, di realtà ‘sans phrase’, sostanzialmente immune dalle nebbie ideologiche di cui erano impregnate le società nel passato (108). La perdurante vitalità delle vecchie religioni da un lato, il dilagare dei nazionalismi e dei razzismi dall’altro, hanno largamente confutato questo punto di vista (che del resto non era soltanto di Marx). Che per capire qualcosa della storia del ventesimo secolo sia necessario analizzare l’uso politico del mito è da tempo un’ovvietà. Ma proprio Marx diede un contributo in questo senso, esemplare sia per la profondità dell’analisi sia per la rilevanza dell’oggetto, con lo scritto da cui sono tratte le pagine citate sopra: ‘Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte’. Mostrare le circostanze, create dalla lotta di classe, che avevano permesso a “un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe” e alla tragedia di ripresentarsi come farsa: questo lo scopo degli articoli (poi raccolti in opuscolo) redatti a caldo subito dopo gli eventi (109). Nel tono ferocemente demistificatorio di Marx si può leggere un implicito riconoscimento dell’efficacia propagandistica dei richiami di Luigi Napoleone all’epopea dello zio. Un’altra analogia propagandistica, quella suggerita dal termine “cesarismo”, venne respinta da Marx come scolastica e fallace nella prefazione a ‘Il 18 brumaio’ scritta alla vigilia del crollo del Secondo Impero (1869) (110). Nel testo del saggio si parlava invece di “repubblica cosacca”: una soluzione paradossale all’alternativa prospettata da Napoleone (“tra cinquant’anni l’Europa sarà repubblicana o cosacca”). Marx prevedeva giustamente che quella “repubblica cosacca” si sarebbe trasformata in impero (111). Poco prima della battaglia di Sedan scrisse a Engels che il Secondo Impero sarebbe finito com’era cominciato, con una parodia: “Ho davvero indovinato nel mio ‘Bonaparte’! (…) Credo che noi due siamo gli unici che ‘from the beginning’ abbiamo considerato Boustrapa (Luigi Napoleone] in tutta la sua mediocrità, come semplice ‘showman’ e non ci siamo mai lasciati confondere dai suoi successi momentanei” (112). In realtà Engels, “pur condividendo in pieno il giudizio sprezzane di Marx, in passato si era spinto fino a definire il bonapartismo “la vera religione della borghesia”. A parte il caso dell’Inghilterra (scriveva a Marx alla vigilia della guerra austro-prussiana) dove un’oligarchia governa per conto della borghesia, “una semidittatura bonapartistica è la forma normale; essa attua gl’interessi materiali della borghesia perfino contro la borghesia, ma non le lascia nessuna partecipazione al potere” (113)” (pag 62-64) [Carlo Ginzburg, ‘Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza’, Feltrinelli, Milano, 1998] [(106) K. Marx, ‘Introduzione ai “Lineamenti fondamentali dell’economia politica’, in Marx-Engels, Opere complete, XXIX, a cura di N. Merker, Roma 1986, p. 43. Il passo è parzialmente citato da E. Castelnuovo al principio del suo saggio ‘Arte e rivoluzione industriale’, in Id., Arte, industria, rivoluzioni’, Torino, 1985, p. 85; (107) Cfr. K. Marx, ‘Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte’, Roma, 1974, p. 50; (108) Ivi, pp. 46-47; (109) Ivi, pp. 35-36) (prefazione del 1869). Nella lettera di Engels a Marx del 3 dicembre 1851, scritta subito dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone, si parla già di “farsesco travestimento del 18 brumaio” (Carteggio Marx-Engels, I, tr.it, Roma, 1950, p. 339; (110) Cfr. K. Marx, ‘Il 18 brumaio…’, cit., p. 37, dove si osserva che il termine “cesarismo” è in voga soprattutto in Germania. Esso era nato in Francia: si vedano i due scritti di A. Momigliano ripubblicati in ‘Sui fondamenti della storia antica’, Torino, 1984, pp. 378-392; (111) Cfr. K. Marx, ‘Il 18 brumaio…’, cit. p. 227 (è la frase conclusiva dell’opuscolo); (112) ‘Carteggio Marx-Engels’, VI, Roma, 1953, p. 126. La lettera è datata 17 agosto 1870; le espressioni in inglese sono nel testo; (113) Ivi, IV, Roma, 1951, p. 406]
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- Articolo pubblicato:26 Giugno 2026
