“È noto che Lenin venne a differenziarsi in modo specifico sia rispetto a Plechanov e Struve, sia rispetto alla socialdemocrazia tedesca proprio sulla questione agraria e contadina. Ma ciò avverrà in modo rilevante soltanto dopo la rivoluzione del 1905, attraverso le critiche che svolgerà nei confronti della precedente sopravvalutazione dei rapporti capitalistici nelle campagne da parte della socialdemocrazia russa (1). Solo allora egli sarà in grado d’individuare l’obiettivo politico e sociale che le masse contadine russe avevano posto da sempre: l’obiettivo dell’appropriazione delle terre che esse lavoravano, ovvero dell’appropriazione delle terre nobiliari e dello Stato. Questa era stata la meta storica che le masse contadine russe si erano date attraverso i secoli, a partire dalle sollevazioni capeggiate da Bolotnikov, dai Balasch, dai Bulavin fino a quelle dei Pugacëv e degli Sten’ka Razin. Da quelle successive al 29 febbraio 1861, ovvero dopo la cosiddetta liberazione della servitù della gleba, a quelle che avevano costellato i decenni di fine secolo, fino alle grandi rivolte del 1905-1907, fino al 1917. Lenin dunque, al contrario di Marx, non aveva colto prima del 1905, e tutte le opere giovanili lo dimostrano, che la «crisi» e la «disgregazione» dell’obscina non erano dovute, nella loro essenza, allo sviluppo capitalistico nelle campagne (che egli giudicava erroneamente già «dominante»), ma «alle influenze deleterie che l’assalgono da tutte le parti», come scriveva Marx alla Zasulic e come scrivevano i populisti. Proprio Marx, in una delle bozze di quella lettera, così specificava lucidamente: «A partire dalla cosiddetta emancipazione della servitù della gleba, la comune russa è stata messa in condizioni anormali e lo Stato da allora non ha cessato di opprimerla con le forze sociali concentrate nelle sue mani. Immiserita dalle esazioni fiscali, essa è divenuta una materia inerte, oggetto di comodo sfruttamento da parte del commercio, della grande proprietà fondiari e dell’usura (…). Per salvare la comune russa occorre una rivoluzione russa» (2). In particolare, Lenin non individuava che l’aspra accentuazione di quella «crisi» e di quella «disgregazione» dell’obscina che stava avvenendo nel corso degli anni novanta era causata direttamente e prioritariamente dall’ «industrializzazione forzata su prelievo contadino» che l’autocrazia zarista stava promuovendo in quegli anni, attraverso la politica dei Vysnegradskij e dei Witte, per mezzo dell’appoggio finanziario dello Stato (e del capitale straniero), sulla base di una inaudita pressione fiscale sulle masse contadine, Pressione fiscale che Gerschenkron stesso giudica «intollerabile» e suscitatrice di inevitabili rivolte contadine (3). E che, nel medesimo tempo, costituirà il supporto «accumulativo» su cui si ergerà il «miracolo russo» dell’«era Witte»; il «grande slancio industrialistico» della Russia di fine secolo. «Miracolo» che, come diagnosticavano i populisti (Vorontsov, Danielson, ecc.), stava producendo una vera e propria «distruzione delle forze produttive nelle campagne» e non poteva non infrangersi, come in realtà avvenne, nelle secche di un mercato interno del tutto disattivato da quella «unilaterale» politica di draconiana riduzione dei consumi contadini. In sostanza Lenin non aveva colto, fino al 1905, impegnato assieme al «maestro» Plechanov e a Struve nella unidimensionale e asprissima polemica coi populisti (4), come il contrasto di classe fondamentale nelle campagne russe fosse quello che opponeva le masse contadine nella loro generalità (le differenziazioni sociali al suo interno, come si è detto, erano ancora embrionali) e la grande proprietà signorile e statale” (pag 60-62) [Franco Battistrada, ‘Egemonia e collettivizzazione delle campagne in Urss’, Critica marxista, Roma, n. 5, 1987] [(1) Lenin, contro le sue precedenti posizioni, scriveva ad esempio in ‘L’essenza del problema operaio’ del maggio 1912: «da noi i rapporti prettamente capitalistici sono ancora soffocati in grandissima misura da rapporti feudali» (…); (2) K. Marx – F. Engels, ‘India, Cina, Russia’, cit., 1970, pp. 312-313; (3) A. Gerschenkron, ‘Il problema storico dell’arretratezza economica’, Torino, Einaudi, 1965, pp. 115-177; (4) Sulla formazione culturale di Lenin e sulla sua posizione «non obiettiva», nei confronti del populismo, si veda, tra gli altri, il mio ‘Marxismo e populismo’, Milano, Jaca Book, 1982, pp. 97-137. Lo storico sovietico M.Y. Gefter, che si è interrogato a fondo su questo nodo leniniano, nella sua comunicazione ‘La Russia e Marx’, resa nota al seminario su “Marxismo e populismo” della Fondazione Einaudi del 1978, pone una domanda: «Perché ad esempio Lenin, che si interessava vivacemente ad ogni nuova pubblicazione dell’eredità marxista, in particolare alla corrispondenza che permetteva di penetrare, come egli stesso diceva, nella vita ‘intima’ del pensiero, non rilevò un avvenimento così importante come l’uscita, nel 1908, del dialogo epistolare di Marx con F.M. Danielson’?»]
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- Articolo pubblicato:22 Giugno 2026
