“La teoria del valore di scambio di Marx è anch’essa una teoria del valore basata sulla quantità di lavoro, forse l’unica interamente tale, se tra Ricardo e Marx trascuriamo elementi di congiunzione come W. Thompson. In un primo momento, infatti, si rimane colpiti dalla rassomiglianza tra l’argomentazione di Marx e quella di Ricardo. Marx si chiede cos’è che rende paragonabili le merci, così eterogenee in quanto a valore d’uso, e se ne esce con la conclusione che questo dipende dal fatto che esse sono tutte prodotti del lavoro. Dopo aver stabilito con propria soddisfazione questa proposizione altamente discutibile – perché il fatto che tutte le merci posseggono valore d’uso non soltanto è altrettanto vero, ma è anche più generale – Marx passa ad affrontare le difficoltà che si presentano all’inizio stesso di questa impostazione quasi nella stessa maniera tenuta da Ricardo. Qua e là egli precisa ed elabora maggiormente – ho già ricordato il “lavoro socialmente necessario” – ma non riesce a vedere, al pari di Ricardo, il pericolo che si nasconde dietro l’ipotesi che i prezzi di mercato del lavoro di qualità innate differenti possano essere impiegati al fine di ridurre le ore di lavoro di qualità superiore a multipli di quelle campione. Colgo l’occasione per ricordare un espediente tecnico che Marx considerava uno dei contributi più importanti da lui dati alla teoria economica: la sua distinzione tra il lavoro, la cui ‘quantità’ è misurata in ore, e la “forza-lavoro” (Arbeitskraft), il cui ‘valore’ è dato dalla quantità di lavoro che entra nei beni consumati dal lavoratore (compresi i beni e i servizi consumati per allevarlo e istruirlo) e che in un certo senso “produce” la sua forza-lavoro. Questi beni e il loro valore reale sono naturalmente fattori essenziali anche nell’analisi di Ricardo. Ma questi non ha identificato esplicitamente questo valore reale col valore reale della merce ‘forza-lavoro’. Come sappiamo, fu Senior a fare un passo avanti in questa direzione. Marx tuttavia non solo completò questo passo, ma inoltre nella sua teoria dello sfruttamento (vedi sotto, § 6 b) impiegò il concetto di forza-lavoro in un modo cui né Ricardo né Senior avevano pensato o avrebbero consentito. Ma anche gli storici non marxisti dovrebbero aver compreso – sebbene la grande maggioranza non la abbia fatto – che esiste una differenza molto più fondamentale tra la teoria del valore basata sulla quantità di lavoro di Marx, e la stessa teoria di Ricardo. Questi, il più antiametafisico  dei teorici, introdusse la teoria del valore basata sulla quantità di lavoro semplicemente come ipotesi che doveva spiegare i prezzi relativi effettivi – o piuttosto gli effettivi valori normali di lungo periodo o prezzi relativi – che noi osserviamo nella vita reale. Ma per Marx, il più metafisico dei teorici, la teoria del valore basata sulla quantità di lavoro non fu affatto una mera ipotesi sui prezzi relativi. La quantità del lavoro contenuto nei prodotti non soltanto “regolava” il valore di questi, ma ‘era’ l'”essenza” o la “sostanza” del loro valore. I prodotti ‘erano’ lavoro cristallizzato. Affinché i lettori privi di disposizioni metafisiche non rifiutino di farsi impressionare da questo fatto, indico immediatamente la differenza pratica che esso ha rappresentato per le costruzioni analitiche dei nostri autori. Quando Ricardo riconobbe la partecipazione dell’elemento tempo – o delle spese imputabili in più di un esercizio che si accumulano nel corso del processo produttivo – alla determinazione dei valori o prezzi relativi, questo significò per lui la necessità di riconoscere che i fatti contraddicevano alla sua ipotesi la quale, nella maniera descritta precedentemente, dovette essere ridotta a una semplice approssimazione. Marx però aveva riconosciuto fin dall’inizio della sua speculazione – certamente prima ch’egli pubblicasse il primo volume del ‘Capitale’ (1867) (17) – che le ragioni di scambio non si conformano, neppure come tendenza, al teorema ricardiano dell’equilibrio dei valori, ‘il quale perciò non fa parte dell’insegnamento di Marx’. Questa ragione tuttavia non bastò a fargli modificare la sua teoria del valore: per ogni merce e per la produzione nel suo complesso, il valore era sempre eguale al lavoro in essa cristallizzato, quale che fosse il comportamento dei prezzi relativi, sicché il suo problema fu precisamente quello di mostrare come, per effetto del meccanismo della perfetta concorrenza, questi valori assoluti ‘senza essere modificati’ venivano ad essere spostati in modo tale che alla fine le merci, pur conservando sempre i loro valori, ‘non’ venivano vendute a prezzi relativi proporzionali a questi valori. Per Ricardo, le deviazioni dei prezzi relativi dal suo teorema della proporzionalità – che non fossero temporanee – significavano alterazioni di valori; per Marx, queste deviazioni non alteravano i valori ma soltanto li ridistribuivano tra le merci. Questa è la ragione per cui possiamo affermare che Marx andò effettivamente avanti con l’idea di un valore assoluto delle cose (18), mentre Ricardo, sebbene la sua argomentazione ne implichi qua e là il concetto, non ne fece mai il perno della sua costruzione analitica. O per dirla differentemente: mentre per Ricardo prezzi relativi e valori sono sostanzialmente la stessa cosa, per cui il calcolo economico in termini di valori è la stessa cosa del calcolo in termini di prezzi relativi, valori e prezzi non sono la stessa cosa per Marx, sicché questi si è creato un problema che ‘a quanto pare’ non esiste per Ricardo, vale a dire il problema della relazione fra i due calcoli, ovvero il problema della ‘Wertrechnung und Presirechnung (calcolo del valore e calcolo del prezzo, ndr)” (pag 257-258-259) [Joseph A. Schumpeter, ‘Storia dell’analisi economica’, Torino, 1972] [(17) Questo fatto risulta dal materiale pubblicato nelle ‘Theorien über den Mehrwert’ (1905-10) e quindi non poteva essere evidente prima della pubblicazione di questi volumi. Di conseguenza persino il maggiore dei critici di Marx del secolo diciannovesimo, Böhm-Bawerk, ritenne che nel primo volume del ‘Capitale’ Marx avesse esposto una teoria del valore basata sulla quantità di lavoro risultata poi assolutamente in contrasto con i fatti alla luce del suo ‘successivo’ pensiero e quindi abbandonata negli scritti, che, dopo la sua morte, Engels pubblicò come terzo volume del ‘Capitale’ (1894). L’avversione di Marx a continuare la pubblicazione della sua opera fu così interpretata come una confessione di fallimento. In altre parola, la teoria del valore del primo volume fu interpretata in senso troppo ricardiano. Si tratta di un errore che ha impedito di cogliere il punto essenziale della teoria del valore di Marx. Con ciò naturalmente non si vuol affermare che una parte delle critiche non è valida a causa di questo errore. Né si vuol asserire che Marx è riuscito a sviluppare coerentemente questo punto. Ciò risulta abbastanza evidente dal testo, anche se è impossibile sviscerare esaurientemente l’argomento con lo spazio che abbiamo a disposizione; (18) Egli fu l’unico autore che l’abbia mai fatto]

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