“La ripartizione del profitto fra i capitalisti è indifferente all’operaio come tale. Nell’ ‘interesse’ dunque, nella figura del profitto, in cui il ‘carattere specifico’ del capitale si dà un’espressione particolare, esso assume un’espressione in cui questa antitesi è completamente cancellata, in cui si astrae espressamente da essa. In quanto l’interesse generale, oltre alla proprietà del denaro e delle merci, ecc., di valorizzare il proprio valore, rappresenta il plusvalore come risultato di una capacità naturale del denaro e delle merci; in quanto dunque è una semplice espressione della mistificazione capitalistica nella forma esteriore, e rappresenta in generale un rapporto sociale come tale, esso esprime semplicemente un rapporto fra capitalisti, e non fra capitale e lavoro. D’altra parte questa forma dell’ ‘interesse’ dà all’altra parte del profitto la ‘forma qualitativa’ del ‘profitto industriale’, del salario per il lavoro del capitalista industriale, considerato non come capitalista, ma come ‘operaio’ (industriale). Le particolari funzioni che il capitalista come tale deve adempiere nel processo lavorativo e che lo distinguono appunto dall’operaio, sono rappresentate come semplici funzioni di operaio. Egli crea plusvalore non perché lavora ‘come capitalista’, ma perché anch’egli, il capitalista, ‘lavora’. Esattamente come se di un re che, in quanto re, comanda nominalmente l’esercito, si dicesse ch’egli lo comanda non perché, come ‘detentore della dignità reale’, recita la parte del comandante supremo, ma che è re perché ‘comanda’, perché esercita la funzione del comandante supremo. Una parte del plusvalore viene così, nell’interesse, completamente separata dal processo di sfruttamento, e l’altra parte – nel profitto industriale – è rappresentata come il suo diretto contrario, non come appropriazione di lavoro altrui, ma come creazione di valore mediante il proprio lavoro. Questa parte del plusvalore non è più dunque plusvalore, ma il suo contrario, un equivalente per lavoro compiuto. Poiché il ‘carattere estraniato’ del capitale, la sua posizione antitetica al lavoro si trova al di là del processo di sfruttamento, dell’ ‘azione effettiva’ di questa alienazione, tutto il carattere antitetico di questo processo stesso è rimosso. Quindi lo sfruttamento ‘effettivo’, ciò in cui si realizza e si manifesta realmente il carattere antitetico, appare precisamente come il suo contrario, come una specie materiale particolare del lavoro, ma appartenente alla medesima determinatezza sociale del lavoro, alla medesima categoria di lavoro, al lavoro salariato. Il lavoro dello sfruttare qui è identificato col lavoro che viene sfruttato” (pag 509-510) [Karl Marx, ‘Storia delle teorie economiche. III. Da Ricardo all’economia volgare’, Einaudi, Torino, 1971