“Lo strumento che può consentire al piano liberale di essere efficace è costituito dal federalismo, esteso all’intera economia mondiale: «Esiste un’economia mondiale. Ma non esiste una politica mondiale». Ciò che occorre non è tuttavia uno Stato unitario, in pratica né attuabile né desiderabile, e neppure una confederazione, che non risolve il problema del trasferimento della sovranità, ma un vero e proprio Stato federale, secondo le linee dell’esperienza americana, i cui principi ispiratori e il cui svolgimento Robbins conosce a fondo. Solo il federalismo consente di eliminare la guerra dall’orizzonte delle organizzazioni politiche, eliminando in radice il nazionalismo e il protezionismo, mentre una semplice alleanza fra Stati, una confederazione, non sarebbe sufficiente. Robbins rammenta a tale proposito la nota citazione di Hamilton, secondo la quale tra paesi indipendenti e sovrani l’armonia è di fatto impossibile, e si chiede cosa sarebbe accaduto ai tredici Stati americani che diedero origine alla federazione, se alla Convenzione di Filadelfia non avessero trovato un accordo. La risposta non lascia dubbi: anche le tredici ex colonie sarebbero state spinte sulla strada dei conflitti e del protezionismo, come accadeva in Europa, facendo venir meno la base della loro prosperità e del benessere dei propri cittadini. In conclusione, quindi, l’ordine internazionale richiede l’estensione del federalismo a livello mondiale. Solo con l’abbandono della sovranità assoluta e del diritto di fare la guerra da parte degli Stati nazionali e la creazione di una federazione mondiale vengono poste in essere le istituzioni, che consentiranno di gestire l’economia mondiale in modo da raggiungere il benessere massimo per l’intera umanità, secondo il programma del liberalismo economico. Le cause economiche della guerra. Nel periodo in cui Robbins elaborava le sue tesi federaliste sull’ordine economico internazionale, la cultura politica ed economica doveva fare i conti con le teorie marxiste dell’imperialismo, che identificavano nell’esistenza del sistema capitalistico stesso l’origine delle tensioni fra paesi e la causa ultima della guerra. Benché non mancassero esempi sporadici di situazioni in cui la contrapposizione di interessi fra capitalisti aveva condotto a conflitti armati, Robbins riteneva che in termini generali la spiegazione marxista dell’origine della guerra fosse infondata e si propose di dimostrarlo, conducendo un’analisi originale, in cui le argomentazioni teoriche venivano suffragate da una vasta indagine in tema di storia delle relazioni internazionali, con l’ausilio delle ricerche di Jacob Viner e della sua scuola. Nell’analizzare a fondo le teorie dell’imperialismo di Rosa Luxemburg e di Lenin, Robbins ne mette in luce le incongruenze, anche se riconosce che la seconda non è affetta da inconsistenze logiche. Tuttavia, entrambe non reggevano alla prova dei fatti: in molti casi non erano i rappresentanti delle imprese che spingevano verso gli sbocchi bellici, ma i politici, i cui obiettivi non coincidevano certo con quelli del mondo degli affari, e che poi riuscivano a portare dalla loro gli esponenti della finanza, inizialmente riluttanti. Peraltro, la tesi che le guerre fossero provocate anche da cause economiche, per quanto non riconducibili alla semplice esistenza del capitalismo, era pienamente giustificata. In quella che può essere considerata una teoria positiva dell’imperialismo, Robbins espone la propria interpretazione, analizzando partitamente i costi e i benefici del colonialismo, in base all’ottica della potenza imperiale” (pag 185-186) [Franco Praussello,’Lionel Robbins e l’ordine economico internazionale’, Studi e Note di Economia, Firenze, n. 2, 1998]