“In un ampio saggio sulle interpretazioni della rivoluzione industriale Max Hartwell asseriva che letterati e critici sociali furono i più intransigenti ‘laudatores temporis acti’; a questa prima generazione seguì quella non meno critica dei letterati dell’età vittoriana e degli storici di mestiere (come le coppie dei Webb e degli Hammond) che nel classico saggio di Engels sulla classe operaia inglese avevano trovato autorevole sostegno alle loro convinzioni. Engels fu, secondo Hartwell, il più illustre rappresentante di un «atteggiamento di rispetto sentimentale per il passato e di condanna del presente» (1): prima dell’industrializzazione, scrive Engels, «i lavoratori vegetavano in condizioni passabili tali da permettere loro una vita virtuosa e pacifica in tutta pietà e probità; le loro condizioni materiali erano molto migliori di quelle dei loro successori» (2). Sicché Hartwell ritiene che il libro di Engels «ha influenzato di più le interpretazioni inglesi della rivoluzione industriale che non il ‘Capitale’ di Marx» (3). Il polemico giudizio di Hartwell punta il dito su un certo conformismo del giovane Engels dinanzi alla prorompente trasformazione dei mezzi di produzione: anche se in Engels la critica all’industrialismo è mitigata dalla piena consapevolezza della portata sociale del fenomeno. Tuttavia lo stesso Engels, in anni più tardi, scriverà: «la prima grande divisione del lavoro, la separazione di città e campagna, ha immediatamente condannato la popolazione rurale all’istupidimento per migliaia di anni e i cittadini all’asservimento di ogni individuo al proprio mestiere individuale. Essa ha distrutto le basi dello sviluppo spirituale degli uni e dello sviluppo fisico degli altri» (4). Hartwell, peraltro, stranamente dimentica che nel ‘Manifesto del partito comunista’ il giudizio espresso sull’industrialismo è inequivocabile: «La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha grandemente accresciuto la popolazione urbana in confronto con quella rurale, e così ha strappato una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rustica». Nella stragrande maggioranza dei contemporanei invece l’intrinseca positività di questa nuova condizione è largamente negata. Un vasto movimento di opinione alimentato da letterati, politici, moralisti, religiosi e igienisti segnalò, tra gli effetti negativi della rivoluzione industriale, il degrado della città: ‘topos’ naturale di una organizzazione del lavoro che richiedeva in prima istanza un’alta concentrazione di addetti alle attività produttive” (pag 209-210, in ed. Il saggiatore, 2010] [Cesare De Seta, ‘La città europea dal XV al XX secolo. Origini, sviluppo e crisi della civiltà urbana in età moderna e contemporanea’, Rizzoli, Milano, 1996] [(1) R.M. Hartwell, ‘La rivoluzione industriale inglese’, Bari, 1973, p. 327; (2) F. Engels, ‘La condizione della classe operaia in Inghilterra’, Roma, 1973, p. 2; (3) R.M. Hartwell, op. cit., p. 327, nota 37; (4) F. Engels, ‘Antidühring’, Roma, 1950, p: 317]
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- Articolo pubblicato:25 Giugno 2026
