“L’atteggiamento di Weber di fronte a Marx è importante per capire Weber stesso e il senso della sua opera. Il marxismo infatti non è altro per Weber, che un esempio pratico di costruzione tipico-ideale e di confusione tra la sfera dell’ ‘essere’ e quella del dover essere. Il materialismo storico è considerato innanzitutto come una ipotesi storico-evolutiva da controllarsi al vaglio dell’esperienza: non una ‘Weltanschauung’, dunque, bensì un’ipotesi di lavoro, che deve avere un suo prezzo empirico. Secondo Antoni, Weber «superò il materialismo storico proprio in quanto scoprì che nella stessa azione economica influivano in maniera talvolta decisiva motivi irrazionali e riconobbe che erano forze irrazionali, grandi utopie e suggestioni a dominare gli uomini e muovere la storia» (2). Ma non si tratta di un «superamento» meramente ideologico o riduttivo, tale da contrapporre meccanicamente sistema a sistema. L’idea di Albert Salomon che vede in Weber un «Marx borghese» mi sembra insostenibile. La posizione di Weber intende essere più comprensiva, non simmetrica a quella marxistica. Weber prende posizione nei confronti del materialismo storico respingendo il presupposto marxiano di una direzione determinata di condizionamento che vada dalla struttura alla sovrastruttura e che abbia il carattere in una interpretazione generale della storia. Contro l’assunto marxista dell’ineluttabile condizionamento da parte del momento economico di qualsiasi altro stato personale o sociale, materiale o immateriale, Weber propone una tripartizione dei fenomeni sociali sulla base della relazione di essi con l’economia. (…) Weber non è dunque contrario a cercare una spiegazione in termini economici della storia. Ciò che rifiuta è la cristallizzazione assolutizzante di tale criterio esplicativo, la sua solidificazione in dogma. Di fronte a questo pericolo, la polemica di Weber si fa dura: «La concezione materialistica della storia, nel vecchio senso, genialmente primitivo, che compare ad esempio nel ‘Manifesto’ comunista, sopravvive oggi soltanto nella testa di persone prive di competenza specifica e di dilettanti. Presso questa gente si può tuttora trovare in forma estesa il fatto che il loro bisogno causale di spiegazione di un fenomeno storico non trova soddisfazione finché non si mostrano (oppure non appaiono), in gioco, in qualche modo o in qualche luogo, delle cause economiche: ma proprio in questo caso essi si accontentano delle ipotesi a maglie più larghe e delle formulazioni più generali, in quanto il loro bisogno dogmatico è soddisfatto nel ritenere che le ‘forze istintive’ economiche siano quelle ‘proprie’, le sole ‘vere’, ed anzi ‘in ultima istanza sempre decisive’» (5)” (pag 159-160 e 162) [Franco Ferrarotti, ‘Max Weber e il destino della ragione’, Laterza, Bari, 1971] [(2) C. Antoni, ‘Lo storicismo’, Roma, 1957; (5) M. Weber, ‘Il metodo delle scienze storico sociali’, cit., p: 80]
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- Articolo pubblicato:22 Maggio 2026
