“Ancora una volta, e più esplicitamente, Trotskij spiegò le ragioni della sua condotta. Bucharin, Radek e i loro amici, disse Trotskij, vedevano l’unica salvezza nella guerra, e perciò erano «obbligati, trascurando tutte le considerazioni di partito, a portare la questione sul filo del rasoio. (…) Avendo dietro di noi una nazione debole con una popolazione agricola passiva, con un proletariato maldisposto, eravamo minacciati da una scissione delle nostre stesse file. (…) Molto dipendeva dal mio voto. (…) E io non potevo assumermi la responsabilità di una scissione. Ho pensato anch’io che dovevamo ritirarci [davanti all’esercito tedesco] piuttosto che firmare la pace per amore di una pausa illusoria: ma non avrei potuto prendere su di me la responsabilità di dirigere il partito…» (92). Per quel che possiamo giudicare dai resoconti, questa fu l’unica volta che Trotskij dichiarò apertamente di essersi rifiutato di sostituire Lenin alla direzione del partito. «Il pericolo di una scissione», aggiunse, «non sarà né scomparso né diminuito se la rivoluzione europea è rinviata» (93). Riconobbe di aver male interpretato le intenzioni tedesche, ma ricordò a Lenin che erano stati entrambi d’accordo nel rompere i negoziati. Disse di avere un profondo rispetto per la politica di Lenin, ma non per il modo con cui la frazione di Lenin difendeva il suo punto di vista di fronte al paese. Essi non facevano altro che accrescere l’apatia e il disfattismo, demoralizzando la classe operaia e rendendo così estremamente difficile ricostituire quel nuovo esercito che tutti volevano. Non sollecitò il congresso a respingere la ratifica, ma ci doveva essere un limite alle capitolazioni: non dovevano cedere alle pressioni di Lenin firmando un trattato con il governo fantoccio dell’Ucraina (94). A questo punto fece un’osservazione che lasciava intravedere un’eventualità molto inquietante. Se, disse, il partito era così debole da abbandonare al proprio destino gli operai e i contadini ucraini, allora dovrebbe dichiarare: «… ‘siamo arrivati prima del nostro tempo’, nella clandestinità e lasciamo che Cernov, Guckov e Miljukov sistemino i conti con (…) l’Ucraina. (…) Ma credo che anche se fossimo costretti ad andarcene, dovremmo sempre comportarci come un partito rivoluzionario e combattere per ogni posizione fino all’ultima goccia del nostro sangue» (95). Questa fu la sua dichiarazione più arrischiata, in quanto metteva in dubbio la tempestività della rivoluzione russa. Per delle orecchie marxiste le sue parole prendevano un significato sinistro. Marx e Engels avevano scritto ripetutamente sul destino tragico che incombe sui rivoluzionari i quali «arrivano prima del tempo» (96). Infine, ricordando il grande atto di autocontrollo e il «sacrificio della loro personalità» da parte di Dzerzinskij, di Ioffe e di Krestinskij e di se stesso, sacrificatosi all’altare dell’unità bolscevica, disse a Lenin che nella sua politica c’erano tanti pericoli, quanti vantaggi, e che la frazione della pace forse stava «sacrificando l’unica possibilità di vita, per amore di vivere» (97). Lenin usò di nuovo la minaccia delle sue dimissioni: si sarebbe dimesso se il congresso avesse limitato la sua libertà d’azione nei confronti dell’Ucraina. Non c’è nessun tradimento, spiegò, nell’atteggiamento di soldati i quali si rifiutano di andare a salvare i compagni accerchiati, quando sanno di essere troppo deboli per salvare gli altri, e con la certezza di morire insieme agli altri nell’inutile tentativo. Questa era la posizione dei Soviet riguardo all’Ucraina. Questa volta una larga maggioranza approvò Lenin” (pag 376-377) [Isaac Deutscher, ‘Il profeta armato. Trotskij 1879-1921’, Longanesi, Milano, 1983] [(92) (93 Sed’moj S’ezd RKP (b), pag. 83, 84); (94) «Lenin non conosce limiti alla resa e alla ritirata, anche se Trotsky cerca di tirarlo per le falde della giacca per fermarlo», disse Rjazanov nel corso del dibattito (Ibid., p. 9); (95) Ibid., p. 85; (96) «Il peggio che possa accadere al capo di un partito estremo è di essere costretto a prendere il potere in un momento in cui il movimento non è ancora maturo per il dominio della classe che egli rappresenta e per l’attuazione di quelle misure che il dominio di questa classe esige. (…) Egli si trova quindi necessariamente di fronte a un dilemma insolubile: ciò che egli ‘può’ fare contraddice a tutto ciò che ha fatto sino ad ora, ai suoi principi e agli interessi immediati del suo partito e ciò che ‘deve’ fare è inattuabile. (…) Chi incorre in questa falsa posizione è irrimediabilmente perduto» (F. Engels, ‘The Peasant War in Germany’, pagg. 135-136 (‘La guerra dei contadini in Germania’, in ‘Kar Marx e F. Engels, ‘Opere complete’, vol. X, Editori Riuniti, Roma, 1997, pagg. 478-479; (97) Sed’moj S’ezd RKP (b), pag 140]