“La critica della ‘filosofia tedesca dello Stato e del diritto’ che con ‘Hegel’ ha ricevuto la sua forma più conseguente, più ricca e definitiva, è l’analisi critica dello Stato moderno e della realtà ad essa connessa, e insieme, la decisa negazione di tutto il ‘modo’ precedente della ‘coscienza politica e giuridica tedesca’, la cui espressione più eminente, più universale, elevata a ‘scienza’, è appunto la ‘filosofia speculativa del diritto’. Se solo in Germania è stata possibile la filosofia speculativa del diritto, questo astratto ed esaltato ‘pensamento’ dello Stato moderno, la cui realtà rimane un aldilà, anche se questo aldilà si trova soltanto al di là del Reno: inversamente, la concezione ‘tedesca’ dello Stato moderno, che astrae dall”uomo reale’, fu possibile a sua volta soltanto in quanto lo Stato moderno stesso astrae dall’uomo ‘reale’, ovvero soddisfa in modo soltanto immaginario l’uomo ‘nella sua totalità’. I tedeschi nella politica hanno ‘pensato’ ciò che gli altri popoli hanno ‘fatto’. La Germania fu la loro ‘coscienza teorica’. L’astrattezza e la presunzione del suo pensiero andarono sempre di pari passo con la unilateralità e inferiorità della loro realtà. Se dunque lo ‘status quo’ del ‘sistema statale tedesco esprime’ il ‘compimento dell’ancien régime’, ossia la spina nella carne dello Stato moderno, lo ‘status quo’ della ‘scienza statale tedesca esprime l’incompiutezza’ dello ‘Stato moderno’, la piaga della sua stessa carne. Già in quanto decisa avversaria del modo precedente della coscienza politica ‘tedesca’, la critica della filosofia speculativa del diritto non si perde in se stessa, ma procede ad assolvere questi ‘compiti’ per la cui soluzione esiste un unico mezzo: la ‘prassi'”. (pag 59) [Karl Marx, ‘Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione’ (in) ‘La questione ebraica’, Editori Riuniti, Roma; 1991]
- Categoria dell'articolo:Nuove Accessioni
- Articolo pubblicato:5 Maggio 2026
