“Abbiamo già conosciuto e giudicato una parte del suo contenuto. Sto parlando dell’autodifesa di Marx contro l’obiezione di contraddizione tra la legge dei prezzi di produzione e la “legge di valore” (12). Ora non resta che dare un’occhiata al secondo compito del suddetto capitolo, la spiegazione teorica con cui Marx introduce nel suo sistema la teoria dei prezzi di produzione che prende in considerazione i rapporti effettivi (13). Questo esame ci porta inoltre ad uno dei punti più istruttivi e peculiari del sistema marxiano: alla posizione della ‘concorrenza’ nel suo sistema. La “concorrenza”, come ho già indicato sopra, é una specie di nome collettivo per tutti gli impulsi e i motivi psicologici che regolano il comportamento degli attori sul mercato e che in questa maniera influenzano la formazione dei prezzi. Chi è interessato all’acquisto ha i propri motivi che persegue nell’acquisto e da cui si genera una certa norma circa il livello dei prezzi che è pronto a offrire fin dall’inizio o in caso estremo. E analogamente il venditore e il produttore hanno certi motivi che li inducono a offrire le loro merci a certi prezzi e non ad altri, a continuare o addirittura ad aumentare la produzione ad un determinato livello di prezzi, oppure ad interromperla se il livello è un altro. Tutti questi impulsi e motivi determinanti si incrociano nella concorrenza degli acquirenti e dei venditori, e chi per spiegare una formazione dei prezzi si appella alla concorrenza, si appella sostanzialmente con un nome collettivo al gioco e all’effetto di tutti quei motivi e impulsi psicologici che hanno guidato gli attori sul mercato. Marx in generale si sforza di assegnare alla concorrenza, e alle forze che in essa operano, la posizione più insignificante nel suo sistema. Come e quando può la trascura, oppure cerca perlomeno di sminuire l’entità della sua influenza. Ciò si manifesta in maniera drastica in diverse occasioni. In primo luogo già quando deriva la sua legge del valore del lavoro. Ogni osservatore neutrale sa e vede che l’influsso esercitato in generale dalla quantità di lavoro impiegata sul livello permanente dei prezzi dei beni – un influsso che indubbiamente non è di natura così esclusiva come vorrebbe la legge del valore di Marx – è mediata solo dal gioco di domanda e offerta, vale a dire dalla concorrenza. In scambi sporadici, oppure in una situazione di monopolio, possono presentarsi prezzi che (anche astraendo dalle richieste del capitale investito) non sono per nulla proporzionali al tempo di lavoro incorporato. Ovviamente, questo lo sa anche Marx. Ma in un primo momento, nel derivare la sua legge del valore, non vi fa alcun accenno. In caso contrario, non potrebbe sottrarsi alla domanda e all’indagine successive: in quale modo, e attraverso quali passaggi intermedi , tra tutti i motivi e fattori che operano sotto il vessillo della concorrenza proprio il tempo di lavoro deve essere il solo ad influire in maniera determinante sul livello del prezzo? È l’inevitabile analisi completa di quei motivi avrebbe per forza di cosa messo in primo piano, con molta più forza di quanto Marx avrebbe potuto accettare, il valore d’uso delle merci; avrebbe posto in una luce differente molti elementi e infine ne avrebbe rivelati altri ai quali Marx non ha voluto accordare alcuna rilevanza nel suo sistema. Per questo motivo, in un primo momento, sorvola su questo punto, senza quasi dire una parola in ogni occasione in cui una giustificazione sistematica e completa della sua legge del valore l’avrebbe costretto a fornire una presentazione del ruolo mediatore della concorrenza. In seguito se ne ricorda ma, in base alle occasioni in cui lo menziona, lo nomina non come un passaggio importante nel sistema teorico, bensì in osservazioni sbrigative e accidentali, che espongono i fatti in poche parole come qualcosa di più o meno scontato, e senza darsi cura di una giustificazione più approfondita. Credo che Marx tenga conto di quei fatti in modo più convincente alla pagina 230 del terzo volume dove, sostenendo che le merci si scambiano a prezzi che corrispondono più o meno ai loro “valori”, quindi al tempo lavorativo incorporato, pone le seguenti tre condizioni: 1. che lo scambio delle merci non sia «puramente casuale o soltanto occasionale»; 2. che le merci «vengano prodotto da entrambi i lati nelle quantità relative approssimativamente corrispondenti al reciproco bisogno, ‘al che provvede l’esperienza commerciale acquisita da ambo le parti e che è un risultato del ripetersi dello scambio’»; 3. «’che nessun monopolio naturale o artificiale’ permetta ad una delle parti contraenti di vendere al disopra del valore, o la costringa a svendere al disotto del valore». Come condizione affinché la sua legge del valore possa in generale operare, Marx qui esige una vivace concorrenza da ambo le parti, che sia esistita tanto a lungo da modellare la produzione secondo l’esperienza acquisita nella vendita e secondo i bisogni degli acquirenti. Dobbiamo tenere presente questo punto” (pag 84-87) [Eugen von Böhm-Bawerk, ‘La conclusione del sistema marxiano’ (1896), Ibl Libri, Torino, 2021, a cura di Raimondo Cubeddu] [(12) ‘Contro Rodbertus’, p. 28; (13) Naturalmente qui prescindo del tutto da divergenze di opinione relativamente piccole, in particolare, in tutto questo saggio ho rinunziato a far valere o anche soltanto a menzionare le sottili sfumature che sussistono in riferimento alla concezione della “legge dei costi”]
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- Articolo pubblicato:27 Maggio 2026
