“Bismarck disse che i buoni oratori in genere sono cattivi politici. Per questo gli uomini politici di destra si sentono scusati, se danno poco peso alla forma di loro discorsi. Le frazioni di sinistra, specialmente i socialisti, tengono di più all’educazione oratoria dei loro rappresentanti; ma non di rado essa è dominata da criteri banali e troppo spesso si limita ad imprimersi nella mente frasi fatte che si ripetono all’infinito. I Latini dicono: «Poeta nascitur, orator fit». Io credo invece che ogni uomo è oratore nato, poiché ognuno ha una lingua. Certo anche la lingua più sciolta non serve a nulla senza un pensiero chiaro e una certa logica. Questi sono e rimangono i presupposti di ogni effetto durevole. Ma quando Faust dice che l’intelligenza e il buon senso con poca arte si esprimono da sé, non dobbiamo credergli senz’altro. Il suo ‘famulus’ Wagner, l’arido pedante, non ha tutti i torti quando obietta che è il modo di porgere quello che fa la fortuna dell’oratore. Una maniera sbiadita, stentata, titubante, e specialmente tutto ciò che fa pensare ad un discorso imparato a memoria, guasta l’effetto. Qualche granello di spirito, un po’ di originalità sono desiderabili. «’Tous les genres sont bons hors le genre ennuyeux’». Ora il Tedesco sopporta all’infinito la noia. Ma anche il più zelante socialdemocratico si rifiuterebbe, credo, di leggere una raccolta in più volumi dei discorsi di Augusto Bebel, poiché vi si ripetono sempre la stessa collera infiammata e la stessa bollente indignazione, il presente vi è sempre rappresentato come l’inferno e l’avvenire come il paradiso, l’umanità vi è sempre divisa in lupi e pecore, non vi brilla mai qualcosa che sappia di umorismo, d’originalità, di spirito; è come uno sterminato Sahara con una Fata Morgana all’orizzonte. Quanto diverso Bismarck! I suoi discorsi, dai primi che Bismarck giovane tenne col suo criterio di ‘Junker’ alla Dieta Riunita e al Parlamento di Erfurt, sino alle potenti orazioni che il vecchio Bismarck di Jena e dal balcone della sua modesta casa nel Sachsenwald, sono ancor oggi una miniera di pensieri eterni, che si levano al disopra della vicenda dei tempi d’ogni barriera di partito, ricchi d’immagini, d’idee geniali, di similitudini felici, che, tratte dalla natura e dalla vita, s’imprimono per sempre nella memoria. Quanto diverso da Bebel lo stesso Ferdinando Lassalle! E tuttavia Augusto Bebel non era inferiore a Lassalle più di quanto Scheidemann, ad esempio, sia inferiore a Bebel, come, alla fine della mia carriera ufficiale, mi potei ancora convincere ‘de visu et de auditu’ al Reichstag. E, da quando noi viviamo in una Germania repubblicana, sento dire da ogni parte, che, in confronto dei capi comunisti, Scheidemann fa l’impressione di un Gladstone o di un Thiers. E non parliamo di Leichenmüller, di Adolf Hoffmann, la cui posizione eminente nel suo partito si fonda principalmente sulla disinvoltura con la quale egli scambia i dativi con gli accusativi dei pronomi personali, né di Max Hölz, col quale siamo arrivati alla prigione. Gli uomini di Stato inglesi, francesi e italiani contano fra di loro titoli d’onore un’alta coltura e a volta anche una certa eccellenza nel campo scientifico e letterario. Basti ricordare Disraeli, Gladstone, Balfour; Thiers, Guizot, Hanotaux; Marco Minghetti, Massimo D’Azeglio e Vincenzo Gioberti, Bonghi e Luzzatti. Il fatto che Bismarck si sia burlato all’occasione di simili tipi, quando, come Unsen e Prokesch, gli stavan dinanzi come avversari, e per di più come avversari inferiori, non prova gran che. Anzitutto rimane da vedere se l’ostentazione di un certo disprezzo per la cultura e per lo spirito, di cui talvolta egli si compiacque, fosse il lato più felice di Bismarck, che per questa ragione Thiers chiamò «un barbare de genie». E del resto questo nostro grandissimo uomo si confutava da sé, in quanto era un eminente scrittore, oratore, giornalista, epistolografo, e filosofo. Nientemeno che Teodoro Mommsen mi disse, durante una visita fattami a Roma nel 1896, che riteneva Bismarck il più grande prosatore tedesco dopo Goethe, Lessing e Schopenauer. Nel tempo che fui al potere, cioè dal 1897 al 1909, non incontrai, nelle assemblee parlamentari tedesche, se non pochi oratori che si potessero paragonare coi corifei dei nostri vicini occidentali e meridionali. L’oratore tedesco si perde troppo facilmente in particolari, e quanto all’efficacia di un discorso vale precisamente il detto di Voltaire, ‘que le détail est une vermine qui ronge les grandes choses’. Il Tedesco s’aspetta tutto dall’oggettività, la quale convince e domina solo se è unita alla retorica. Ben altrimenti efficace riusciva all’estero, durante la guerra mondiale, la propaganda francese, retoricissima, che non la tedesca, puramente oggettiva! Come infiammavano gli animi Viviani e Briand, in confronto con i dottissimi fra i professori tedeschi e ai competentissimi fra i deputati tedeschi! (…) Un grande oratore, alla stregua europea, fu Miquel. Non dimenticherò mai una scena al Reichstag, alla quali assistetti quand’era ancora Segretario di Stato. Miquel, per parecchie ragioni, era allora poco benvisto nel Reichstag, cui aveva appartenuto come deputato dal 1867 al 1877 e dal 1887 al 1890. (…) Quando prese la parola, gli animi alla Camera gli erano tutti ostili: tutta la sinistra lo considerava come un disertore e un nemico, il Centro come infido, la Destra non voleva compromettersi con lui. Si capiva che i socialisti non aspettavano che un’occasione per disturbare il suo discorso con interruzioni e risa. Johannes Miquel si rivolse dapprima, con voce un po’ velata, contro l’appunto di flagrante mutamento d’opinioni. «Non ho mai negato – così press’a poco incominciò, – di aver professato in gioventù, incapace di resistere alla dialettica di un grande ingegno, le idee di Carlo Marx». Disse questo con voce così insinuante, l’espressione del suo viso rivolto all’estrema Sinistra era così interessante, che anche gli irremovibili vicini a Bebel non poterono sottrarsi interamente a quell’impressione. (…) Quando Miquel concluse la propria autodifesa contro Lieber, l’uditorio era come trasformato; non si udirono che applausi. Del resto prima che il deputato Lieber lo costringesse coi suoi violenti attacchi il Ministro delle Finanze a presentarsi al Reichstag, il ‘Vorwärts’ aveva giocato a Miquel il brutto tiro di pubblicare una lettera ch’egli aveva diretta nel 1848, da giovane studente, a Carlo Marx, e che cominciava press’a poco: «Comunista ateo come Lei, anch’io credo che solo sulle rovine della società presente può sorgere un mondo migliore». Dopo questa pubblicazione Miquel aveva offerte le sue dimissioni, e Guglielmo II aveva ricevuto la sua lettera mentre era per l’appunto nel castello di Hohenzollern. Dopo la lettura, egli dirigeva al Ministro delle Finanze, il telegramma seguente: «Dalla rupe al mare (1), dalla turbolenza giovanile all’attività dell’uomo di Stato. Questa la risposta del Suo Re alla Sua domanda di congedo»” (pag 206-210) [(1) ‘Vom Fels zum Meer’: è il motto degli Hohenzollern, ndt) [Bernhard von Bülow, Memorie. Volume 1. Dalla nomina a segretario di Stato alla crisi marocchina (1897-1903), Mondadori, Verona, 1930]
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- Articolo pubblicato:27 Aprile 2026
