“Tuttavia il più elaborato tentativo di dimostrare le aporie interne e la pratica inutilizzabilità in sede storiografica della categoria «rivoluzione», per interpretare correttamente l’età della Riforma, si deve ad uno storico americano, A. Friesen (25). In una ampia ricerca, tesa a ricostruire la storia dell’interpretazione marxista della Riforma, ha affermato che la tesi secondo cui essa consiste in una rivoluzione borghese, risale ai liberali tedeschi del tardo XVIII e primo XIX secolo, i quali si sforzarono di identificare in Lutero colui che già a cavallo tra il Medio Evo e l’età moderna aveva introdotto quei valori, cui essi si richiamavano. Questa valutazione venne poi ripresa da Zimmermann, il primo grande storico della guerra dei contadini, il quale, inserito nella tradizione di pensiero che da Gioacchino da Fiore saliva fino ad Hegel – e che, consisteva nel ritenere che la soluzione finale della tensione tra reale ed ideale sarebbe stata l’instaurazione del Regno di Dio in terra (o, in termini hegeliani secolarizzati, il razionale mondo dello spirito) -, faceva della guerra dei contadini il tentativo fallito di instaurare un mondo più razionale e di Müntzer l’eroe – con le caratteristiche di un giovane hegeliano di sinistra – di questa rivoluzione mancata per l’opposizione di Lutero. Dalla lettura di Zimmermann Engels derivava non solo i dati di fatto su cui costruire il suo libro sulla guerra dei contadini, ma anche lo schema interpretativo generale. Derivazione tutt’altro che innaturale, dal momento che Marx aveva già elaborato la sua teoria ed anch’essa poteva considerarsi un gioachimismo secolarizzato: dalla dialettica delle forze storiche doveva risultare una società comunistica senza classi, cioè di nuovo un secolare Regno di Dio. Senonché proprio la teoria marxiana induceva Engels ad introdurre alcune correzioni alla schema di Zimmermann: la Riforma non era più soltanto lo spartiacque tra Medio Evo ed età moderna, ma momento cruciale del passaggio dal feudalesimo al capitalismo; Müntzer non era più l’eroe radical-liberale, ma il rivoluzionario, che, nel corso della rivoluzione con cui la borghesia si liberava del feudalesimo, presagiva la futura società socialista. Naturalmente i successivi interventi degli storici e teorici marxisti (che il Friesen segue attentamente) si erano preoccupati di precisare e di rendere più complessa l’interpretazione engelsiana, cercando soprattutto di risolvere il problema posto da una rivoluzione borghese che avveniva in condizioni di modestissimo sviluppo del modo di produzione capitalistico, e quindi, in sostanza, senza una classe borghese. Con tutto ciò, secondo lo storico americano, la linea fondamentale per la comprensione della Riforma era ancora legata alle formulazioni di Engels” (pag 254-255) [Danile Menozzi, ‘Riforma o Rivoluzione? Recenti contributi al dibattito sulla Riforma protestante’, Annali dell’Istituto Storico Italo-Germanico di Trieste, Il Mulino, Bologna, I, 1975] [(25) A. Friesen, ‘Reformation und Utopia’, cit.; A. Friesen, ‘The Marxist Intepretation of Anabaptism, in ‘Sixteenth Century Essays and Studies’ a cura di C.S. Meyer, vol. I, 1970; A. Friesen ‘Thomas Müntzer in Marxist Thought’, in ‘Church History’, XXXIV, 1965]
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- Articolo pubblicato:18 Marzo 2026
