“Il carattere formale del diritto, l’impossibilità di trasformarlo senza uscire dal diritto e instaurare la violenza, è sempre stato riconosciuto dai giuristi borghesi. E gli esempi si potrebbero moltiplicare indefinitamente. La cattiva scissione di forma e contenuto, che si cerca invano di risolvere col progresso all’infinito di kantiana e fichtiana memoria, si dimostra costitutiva e insuperabile. Le autonomie borghesi poggiano sulla divisione del lavoro, sul rapporto indissolubile di lavoro manuale e cultura. In questo senso, la critica marxiana delle autonomie resta valida come ai tempi in cui fu formulata per la prima volta. D’altra parte, la situazione attuale ci mette di fronte a un fenomeno del tutto nuovo. Come la necessità della lotta contro i partiti comunisti costringe le classi dirigenti dei paesi occidentali ad assorbire i motivi della critica marxista, così una tendenza irresistibile di sviluppo conduce ad una progressiva limitazione e abolizione delle autonomie tradizionali ad opera e a vantaggio di quella stesso borghesia che le aveva poste in essere. Il rapporto tra società civile e stato subisce una profonda trasformazione. L’economia si libera dal suo isolamento, pretende di fare a meno di ogni mediazione, e assume direttamente l’esercizio delle tecniche ideologiche del dominio. Improvvisamente convinta della legittimità della critica marxiana alla concezione dei processi economici come puri meccanismi, propria dell’economia classica, incorpora nel proprio sistema le ‘human relations’, espressione che, non per caso, corrisponde ai ‘menschliche Verhältnisse’ (‘menschliche Beziehungen’); in cui Marx vedeva il sostrato e l’essenza alienata dell’economia borghese. Ma questo, che vorrebbe essere un correttivo, rappresenta il ‘non plus ultra’ dell’alienazione. Il cinismo dell’economia classica, che affidava alle chiese o agli istituti di beneficenza il compito della consolazione degli afflitti, lascia il posto a un senso di responsabilità che è lo strumento diretto del dominio. Anche ciò che è l’antitesi del meccanismo è incluso in esso e adoperato per la lubrificazione dei suoi congegni. Il supercapitalismo ha appreso la lezione di Marx, stravolgendone il senso. Il lavoro salariato continua ad essere concepito come un rapporto normale, come una struttura eterna e immodificabile; e i rapporti umani, da essenza, diventano epifenomeni dei rapporti di produzione. Ma di questi epifenomeni occorre tener conto: e in questa constatazione è tutta la differenza tra l’economia classica e l’attuale. Il ‘counselor’ prende il posto del prete, e l’analista fa il suo ingresso nella fabbrica. I problemi familiari dell’operaio sono discussi e risolti dalla direzione. Questo non è che un aspetto di quel processo di inquadramento e sottomissione che caratterizza l’evoluzione, o, se si preferisce, l’involuzione, della società borghese. Il destino delle autonomie è segnato. Spariscono del tutto, o si trasformano in pallide larve. Adorno constata questo processo nella società americana, dove si attua nella sua forma più pura, e in virtù di una dinamica immanente. Dove la concentrazione del potere economico ha assunto proporzioni inaudite, la dittatura politica rischia di diventare superflua. Il meccanismo si riproduce spontaneamente, e gli attriti sono ridotti al minimo. Questa situazione spiega l’atteggiamento di Adorno di fronte alle autonomie tradizionali: che non si tratta di difendere contro i loro critici marxisti, quanto contro i loro affossatori borghesi” (pag XVIII-XIX, introduzione di Renato Solmi al volume di Theodor W. Adorno, ‘Minima moralia’, Einaudi, Torino, 1954)
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- Articolo pubblicato:16 Marzo 2026
