“Già Marx rilevava la sua distanza dagli eroi della Rivoluzione, e gli studi di Jaurès, di Soboul, ecc. hanno fugato la leggenda di un Marat socialista. Quando egli minaccia alla nobiltà e al clero la divisione delle loro terre fra i contadini, si pone con ciò all’estrema sinistra dello schieramento rivoluzionario, ma solo per restaurare nella società civile quel diritto di proprietà privata che «per natura» spetta a tutti gli uomini e, paradossalmente, per far sì che tutti acquistino quel requisito di proprietario da cui un decreto faceva dipendere l’acquisto della cittadinanza attiva. In Marat, l’appello al popolo non è rivolto al proletariato industriale (i cui connotati all’epoca sono del resto molto incerti), né ai contadini; ma genericamente ai non abbienti, alle masse urbane, che per la loro condizione più si avvicinano a quell’ideale spartano che egli ha fatto proprio; in sostanza è un appello a una forza etica, alla «parte più sana della nazione», agli uomini «che non hanno serrato il cuore alla pietà e alla virtù». Egli, come Rousseau, non avendo tradotto la politica in termini sociali, risolve le forze sociali in forze etiche e il problema della trasformazione della società in un problema non socio-politico, ma etico” (pag XXII-XXIII) [prefazione di Celestino E. Spada, a Jean-Paul Marat, ‘L’amico del popolo’, Editori Riuniti, Roma, 1968]; “L’ammirazione per il regime inglese dominava il pensiero illuministico francese. Si esprimeva in essa sia la protesta e la condanna etico-politica della monarchia assoluta, sia un’affermazione teorica; il pensiero giusnaturalista francese (attraverso Montesquieu) si rifaceva quasi esclusivamente a Locke, per il quale il regime politico instaurato dalla rivoluzione inglese del 1688-89 era la società politica che, sola garantiva la coesistenza degli individui titolari di diritti naturali (libertà e proprietà) garantendone il libero esercizio. Marat, che visse e lavorò in Inghilterra, verificò per così dire questa idea e la denunciò come un mito, come già Rousseau e come poi anche Robespierre. «Solo il denaro apre le porte del senato (2) in cui una massa di imbecilli e di furfanti entra e non lascia più posto agli uomini di merito: scandalo orribile, ma così diffuso che non si prendono neanche la briga di nasconderlo. “Io vi ho comprati” – diceva un deputato ai suoi committenti (2) – siatene certi, a mia volta vi venderò” (…)». Nell’epoca in cui Marat vi soggiornò – dal 1765 al 1776 – in Inghilterra vi era quasi concluso un processo economico-sociale in atto da circa tre secoli; le terre comuni e le piccole proprietà degli ‘yeomen’, i contadini indipendenti, erano espropriate sia con la forza, sia con leggi di rapina (le ‘inclousures’), dai ‘landlords’, i signori feudali, che si trasformavano così in proprietari privati di enormi distese spopolate e destinate al pascolo delle pecore o a riserva di caccia. La popolazione così spogliata migrava nei centri della nascente industria capitalistica, costituendone la massa proletaria. Un processo ricostruito da Marx nell’VIII sezione del I libro del ‘Capitale’. Da passo che segue, vediamo che l’esistenza di questa gente, che non aveva alternativa fra il furto, l’accattonaggio e il lavoro a condizioni spaventose, colpì Marat. Come medico, evidentemente, egli ebbe modo di conoscere le ‘workhouses’, case istituite per lo più presso le parrocchie per soccorrere e assistere i poveri, i quali si pagavano questo privilegio lavorando da schiavi per fabbricanti, cui erano affittati dall’istituto. Una pagina, questa, che preannuncia quelle di Dickens e di Engels. «Qualcuno obietterà che vi sono case per i mendicanti! Ma quale penna sarà tanto eloquente da poter fare l’orribile quadro di un rifugio di mendicanti, o piuttosto quale uomo sarà tanto barbaro da potervi gettare uno sguardo senza fremere? Luogo di desolazione in cui lo sventurato, nutrito di cibi malsani e disgustosi, dorme nella sozzura, respira una aria infetta, geme sotto la sferza di un guardiano feroce e dove tutti i malanni che affligono l’umanità vengono tutti insieme ad assalirlo. Di coloro che vi sono rinchiusi, quanti soccombono al peso delle sofferenze! e quanti, piuttosto che cercavi un asilo, preferiscono morire di fame alla porta dell’opulento! Senza risorse contro la fame, il povero non ne ha quasi nessuna contro le malattie. Chi non sa che da noi ci vogliono delle lettere di raccomandazione per andare all’ospedale? Così, mentre la porta di questo è aperta ai protetti del ricchi, essa non lo è quasi mai allo sventurato che manca di protettori. (…)»” (pag 14-16) [Jean-Paul Marat, ‘L’amico del popolo’, a cura di Celestino E. Spada, Editori Riuniti, Roma, 1968] [(2) La Camera dei Lords; (3) Marat configura qui il rapporto tra elettori (i committenti) e l’eletto cme un rapporto di commissione]
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- Articolo pubblicato:24 Ottobre 2025
