“A quanti furono comunisti ideologici, religiosi ed utopistici, o a dirittura profetici od apocalittici, parve sempre in passato, che il regno della giustizia, della eguaglianza e della felicità dovesse avere per teatro il mondo intero. Per ora la conquista del mondo la fa l’epoca dei civilizzati; cioè la società, che si regge su le antitesi delle classi, e su la dominazione di classe, nella forma della produzione borghese (il Giappone insegni!). La coesistenza di due nazioni in uno e medesimo stato, che fu già precisata dal divino Platone, si perpetua. L’acquisizione della Terra al comunismo non è cosa di domani. Ma più larghi si fanno i confini del mondo borghese, più popoli vi entrano, abbandonando o sorpassando le forme inferiori di produzione, ed ecco che più precise e sicure divengono le aspettazioni del comunismo: soprattutto perché decrescono, nel campo e nella gara della concorrenza, i deviatori della conquista e della colonizzazione. La ‘Internazionale dei Proletarii’, che era appena embrionale nella ‘Lega dei Comunisti’ di cinquanta anni fa, diventata oramai interoceanica, dice ed afferma intuitivamente ogni primo di Maggio, che i proletarii di tutto il mondo sono realmente e operosamente uniti. I prossimi o futuri sotterratori della borghesia, e i loro nipoti e pronipoti, ricorderanno in perpetuo la data del Manifesto dei Comunisti” (Roma, 7 aprile 1895) (pag 71) [Antonio Labriola ‘In memoria del Manifesto dei comunisti’, Ermanno Loescher, Roma, 1902]