“Accusare i marxisti di blanquismo perché considerano l’insurrezione come un’arte! Si può forse snaturare la verità in modo più impudente, quando nessun marxista può negare che Marx stesso si pronunciò nel modo più netto, più preciso, più categorico sulla questione, definendo giustamente l’insurrezione un’arte, dicendo che bisogna considerarle come un’arte, che bisogna riportare un primo successo e proseguire di successo in successo, senza interrompere l’offensiva contro il nemico, approfittando del suo smarrimento, ecc., ecc. Per riuscire, l’insurrezione deve appoggiarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe di avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve appoggiarsi sul punto che segna una svolta nella storia della rivoluzione ascendente, quando l’attività delle file di avanguardia del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle fine dei nemici e nelle file degli amici deboli, irresoluti e incerti della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Appunto perché il marxismo nell’impostare il problema dell’insurrezione pone queste tre condizioni, esso si distingue dal blanquismo. Ma allorquando queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione. Per provare che il momento in cui viviamo è precisamente quello in cui il partito deve necessariamente riconoscere che l’insurrezione è messa all’ordine del giorno dallo svolgersi degli avvenimenti oggettivi e deve considerare l’insurrezione come un’arte, sarà forse meglio ricorrere al metodo comparativo e far un parallelo fra le giornate del 3-4 luglio e le giornate del settembre. (…) [Il 3-4 luglio] 1) non avevamo ancora con noi la classe che l’avanguardia delle rivoluzione. Non avevamo la maggioranza tra gli operai e i soldati delle due capitali. Oggi l’abbiamo nei due Soviet. (…) 2) Mancava allora lo slancio rivoluzionario di tutto il popolo. Oggi, dopo l’avventura di Kornilov, questo slancio c’è. (…) 3) Tra i nostri nemici e tra la piccola borghesia irresoluta non vie erano allora esitazioni di grande ampiezza in tutti i problemi politici. Oggi queste esitazioni sono infinite: il nostro principale nemico, l’imperialismo alleato e mondiale – poiché gli “alleati” sono alla testa dell’imperialismo mondiale – esita in questo momento tra la guerra fino alla vittoria finale e la pace separata contro la Russia. I nostri democratici piccolo-borghesi, che hanno manifestatamente perduto la maggioranza tra il popolo, sono in preda a terribili esitazioni; essi hanno rinunciato al blocco, cioè alla coalizione con i cadetti. 4) Perciò il 3-4 luglio l’insurrezione sarebbe stata un errore: non avremmo potuto conservare il potere né fisicamente, né politicamente. Fisicamente, perché, sebbene Pietrogrado fosse stata in qualche momento nelle nostre mani, i nostri operai e i nostri soldati non avrebbero voluto battersi, morire per tenere la città; essi non erano ancora così “esasperati”, in loro non ribolliva ancora un odio così intenso contro i Kerenski e contro i Zereteli e i Cernov; i nostri militanti non erano ancora temprati dalla esperienza delle persecuzioni contro i bolscevichi, condotte col concorso dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. Politicamente il 3-4 luglio non avremmo conservato il potere perché prima dell’avventura di Kornilov l’esercito e la provincia avrebbero potuto marciare e avrebbero marciato contro Pietrogrado. Oggi il quadro è completamente diverso”(pag 7) [V.I. Lenin, Lettera al Comitato centrale del POSDR’, Scritto il 26-27 (13-14) settembre 1917, pubblicato per la prima volta nel giornale ‘Proletarskaia Revoluzia’ n° 2, 1921, V.I. Lenin, “Scritti del 1917”, in tre volumi Vol. III, pp. 108-112, ed. russa, 1937, in Prometeo, n.10, 1967, pag 6] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]