“Ciò che Marx disse nel 1872 sul Congresso dell’Aja – le cui decisioni divennero la base per la creazione di partiti politici nazionali autonomi della classe operaia – indica proprio questa esigenza di concretizzazione spinta fino agli usi e costumi di un paese (anche se in prima istanza si riferisce solo al problema della rivoluzione violenta o pacifica). «L’operaio un giorno dovrà prendere il potere politico per fondare la nuova organizzazione del lavoro; deve rovesciare la vecchia politica che sostiene le vecchie istituzioni: altrimenti non vedrà mai, come gli antichi cristiani che l’hanno negletto e sdegnato, l’avvento del regno dei cieli in questo mondo. Noi non abbiamo affatto preteso che per arrivare a questo scopo i mezzi fossero dappertutto identici. Sappiamo quale importanza abbiano le istituzioni, i costumi e le tradizioni dei vari paesi, e non neghiamo che esistono dei paesi come l’America, l’Inghilterra e, se io conoscessi meglio le vostre istituzioni, aggiungerei l’Olanda, in cui i lavoratori possono raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici. Se ciò è vero, dobbiamo però riconoscere che, nella maggior parte dei paesi del continente, è la forza che deve essere la leva delle nostre rivoluzioni; è alla forza che bisognerà fare appello per instaurare il regno del lavoro (3). In che misura processi oggettivi – come la drastica contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione – si intreccino con la struttura del sistema di dominio politico, con le opinioni e con la capacità decisionale delle masse e delle classi dominanti, fino a costituire un tutto indivisibile, quando una crisi dell’intera nazione produce una situazione rivoluzionaria, lo ha detto Lenin, con una formulazione pregnante e ancora oggi valida, che esprime sinteticamente le esperienze rivoluzionaria sia della borghesia, sia del proletariato. Non a caso in questo formula, che indica la possibilità della vittoria rivoluzionaria, si sottolinea proprio il momento della decisione e della volontà, dunque un elemento socio-psicologico, soggettivo. «La legge fondamentale della rivoluzione, convalidata da tutte le rivoluzioni e in particolare dalle tre rivoluzioni russe del secolo ventesimo, consiste in questo: per la rivoluzione non basta che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di continuare a vivere come per il passato ed esigano dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato. Soltanto quando gli «strati inferiori» non vogliono più il passato e gli «strati superiori» non possono più vivere come in passato, la rivoluzione può vincere. In altri termini, questa verità significa che la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè gli sfruttati e gli sfruttatori). Per la rivoluzione è quindi anzitutto necessario che la maggioranza degli operai (o, quanto meno, la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità del rivolgimento e sia pronta ad affrontare la morte per esso, e, inoltre, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate (l’inizio di ogni vera rivoluzione è caratterizzato dal rapido decuplicarsi o centuplicarsi del numero dei rappresentanti della massa lavoratrice e oppressa, fino a quel momento apatica, capaci di condurre la lotta politica), indebolisca il governo e consenta ai rivoluzionari di abbatterlo al più presto»” (pag 132-133) [Oskar Negt, ‘Il marxismo e la teoria della rivoluzione nell’ultimo Engels’] [(in) AaVv, ‘Storia del marxismo. Volume secondo. Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale] [(3) Karl Marx, ‘Rede über den Haager Kongreß’, in Mew, vol. 18, p. 160 [trad. it. ‘Discorso tenuto ad Amsterdam l’8 settembre 1872’, in ‘Opere scelte’, cit., pp. 935-936]. Questo articolo apparve dapprima in “La Liberté”, 15 settembre 1872, n. 37. Sul “Volksstaat” l’ultima frase è sostituita da «Ma non è questa la situazione di tutti i paesi». La direzione della socialdemocrazia tedesca ha censurato più volte articoli di Marx ed Engels o ne ha pubblicato versioni indebolite, per evitare un’impressione di “violenza”; (4) V.I. Lenin, ‘L’estremismo malattia infantile del comunismo’, in ‘Opere’, Roma, 1967, vol. 31, pp. 74-75] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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