“La manodopera e le condizioni di lavoro: «mitayos», schiavi, lavoratori liberi. Meno distruttivo, dal punto di vista demografico, del lavoro dei giacimenti, il lavoro delle miniere è tuttavia rimasto, nella storia, il simbolo dell’oppressione coloniale spagnola sugli indiani. Cosa pensarne? Il lavoro è certamente molto duro, ed è poco probabile che l’avidità, l’insicurezza, la prossimità del lavoro servile, il recente ricordo dell’estrazione forzata, abbiano ceduto il posto a una concezione molto più umana nello sfruttamento delle miniere. La brutalità di certi ‘mineros’ e più ancora dei capomastri – i ‘pongos’ – nei confronti della manodopera ha avuto spesso libero corso, non c’è dubbio; e la forma di lavoro forzato della ‘mita’ presenta aspetti spaventosi. D’altra parte, a testimonianza di tutto ciò, si leva il grido d’indignazione e di disperazione dei discepoli di Bortolomé de Las Casa, difensore degli indiani. Fra’ Domingo de Santo Tomás scrive: «Non è argento quello che si invia in Spagna, è il sudore e il sangue degli indiani!». Non si può certo dire che Fra’ Domingo abbia letto Marx, che pure ritrova quasi esattamente la stessa formula alla fine del famoso capitolo XXIV del I libro del ‘Capitale’, sull’«accumulazione originaria» (3). Queste grida dei testimoni sono più convincenti delle immagini della «leggenda nera» diffusa nel XVII secolo dai nemici della Spagna, e soprattutto dagli olandesi, che pure contemporaneamente, quanto a violenze coloniali, si gravavano la coscienza con molti meno scrupoli degli spagnoli. Tuttavia, la critica di questa «leggenda nera», oggi ben elaborata, non deve farci accettare ad occhi chiusi la «leggenda rosa» di taluni storici contemporanei che, basandosi su certi testi legislativi, parlano della legge delle otto ore, delle vacanze pagate e della sicurezza sociale nelle miniere del Potosí nel XVI secolo” (pag 165-166) [Pierre Vilar, ‘Oro e moneta nella storia, 1450-1920′, Laterza, Roma Bari, 1971] [(3) «Se il denaro, come dice l’Augier, “viene al mondo con una voglia di sangue in faccia”, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro» (Capitale, I, 3, Roma 1952, p. 220). Si può pensare che se Marx avesse conosciuto il testo di Fra’ Domingo, lo avrebbe citato di preferenza a quello di Augier]