“Nel 1908, in un’opera di cui si tende solitamente a sottovalutare il significato filosofico e l’incidenza culturale, Lenin scriveva, alludendo in particolare a Ostwald, Mach e Poincaré: «’Neppure una parola di nemmeno uno’ di questi professori, capaci di produrre le opere più preziose in campi particolari della chimica, della storia, della fisica, può ‘essere creduta’ quando si passa alla filosofia. Perché? Per la stessa ragione per la quale ‘neppure una parola di nemmeno uno’ dei professori di economia politica, capaci di produrre le opere più preziose nel campo delle indagini particolari condotte sui fatti, può essere creduta quando si passa alla teoria generale dell’economia politica. Poiché questa ultima, nella società contemporanea, è una scienza ‘di parte’, come la ‘gnoseologia’. In complesso i professori di economia politica non sono altro che dotti commessi al servizio dei teologi. In ambedue i campi il compito dei marxisti è di sapere assimilare e rielaborare le conquiste fatte da questi ‘commessi’ (per esempio, voi non farete neppure un passo nel campo dello studio di nuovi fenomeni economici se non utilizzerete le opere di questi commessi), e di ‘sapere’ eliminare la loro tendenza reazionaria, di sapere applicare la ‘propria’ linea e di sapere lottare ‘contro tutto lo schieramento’ delle forze e delle classi a noi ostili» (3). Già nel 1908, quindi, Lenin indica chiaramente come la necessità, per il proletariato, di imporre la propria linea nel campo della teoria della conoscenza non escluda, ma anzi presupponga, l’uso di tutte le conquiste obiettive e dei risultati della ricerca scientifica e quindi la collaborazione con gli specialisti di estrazione borghese. L’edificazione di una società e di una economia socialista comporta infatti l’esigenza di fare i conti con la scienza, anche se essa appare spesso «difficile, severa, talvolta persino crudele»: è proprio la grandezza e l’estrema difficoltà del compito che si è chiamati ad assolvere a rendere imprescindibile il chiaro distacco da ogni forma di dilettantismo, di grossolanità e di superficialità teorica in nome di un equivoco richiamo alle esigenze della politica e della pratica. Il bersaglio di questa polemica leniniana è, come è noto, il gruppo degli «otzovisti», cioè quella corrente, formatasi all’interno dei bolscevichi, che in seguito al dissolversi delle conquiste della rivoluzione democratica del 1905 richiedeva l’immediato ritiro dei deputati socialdemocratici dalla Duma di Stato. Ma non è, come troppo spesso si tende a far credere, solo per motivi politici contingenti che Lenin getta tutto il peso della sua autorità nella lotta contro le posizioni di Bogdanov, Bazarov, Lunacharskij e Suvorov: un movente tutt’altro che secondario della disputa sta nella estrema diffidenza dell’autore di ‘Materialismo ed empiriocriticismo’ nei confronti di quelle prospettive teoriche che diffondono, «in veste di cultura proletaria, concezioni borghesi e reazionarie», come si può leggere nella prefazione alla seconda edizione dell’opera, uscita nel settembre del 1920. Nel 1908, l’anno in cui la controversia filosofica raggiunse il suo culmine, Bogdanov e Lunacharskij erano a Capri, ospiti di Gorkij, ove avevano formato un gruppo separato denominato Vperëd (Avanti) con l’obiettivo di elaborare e portare ad attuazione un programma politico e culturale volto principalmente alla formazione di nuovi «quadri dirigenti di partito di origine operaia». L’azione del nuovo gruppo si concretizzò, all’inizio dell’anno successivo, nella organizzazione di una «scuola di partito» articolata in lezioni di economia e di dottrine sociali, di sindacalismo e storia dell’Internazionale e della socialdemocrazia tedesca, di storia della socialdemocrazia russa, dei rapporti tra Stato e Chiesa e della questione agraria in Russia. Il presupposto che stava alla base di tutti i corsi e costituiva la piattaforma comune dei vperëdisti era l’idea della stretta interrelazione esistente tra le condizioni strutturali e le manifestazioni della vita culturale e spirituale in genere, per cui queste ultime andavano considerate una diretta espressione della produzione materiale e quindi anche degli interessi di classe. Nasceva di qui la convinzione che il proletariato non si potesse in nessun caso porre in rapporto di continuità con la cultura borghese ma dovesse bensì mirare alla creazione di un proprio impianto teorico. La pronta e violenta reazione di Lenin contro un indirizzo che, come risulta evidente anche dai brevi cenni sin qui dedicati all’illustrazione dei suoi contenuti, era agli antipodi rispetto ai principi basilari dell’azione politica e culturale alla quale, secondo il suo capo indiscusso, doveva ispirarsi il gruppo bolscevico, portò alla progressiva disgregazione del gruppo Vperëd. Bogdanov rientrò in Russia nel 1913, sempre in rotta con Lenin: Lunacharskij, al contrario, allo scoppio della guerra mondiale si schierò immediatamente sulla posizione internazionalista e nel 1915 si trasferì in Svizzera dove, come scrive nelle sue memorie, «mi presentai immediatamente a Lenin e Zinoviev con una proposta di completa unità sulla piattaforma internazionalista». Questo segnò la sua completa riconciliazione con Lenin il quale il 26 ottobre del 1917, a rivoluzione avvenuta, designò l’antico avversario a una carica particolarmente delicata e importante in seno al governo presentato al II Congresso dei soviet: quella di commissario del popolo per l’istruzione” (pag X-XII, Silvano Tagliagambe, Introduzione) [Julian Huxley, ‘La genetica sovietica e la scienza. Il caso Lysenko: un dibattito che continua’, Longanesi, Milano, 1977] [(3) Cfr. Lenin, ‘Materialismo ed empiriocriticismo’, Roma, 1970, pp. 336-337] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]