“Una società asiatica, dice Marx (1), è caratterizzata dall’assenza totale o quasi-totale della proprietà privata del suolo. La terra è collettiva. A ciò si aggiunge una differenziazione crescente della divisione del lavoro (apparizione di caste) di cui la diretta conseguenza, e di estrema importanza, è l’apparizione di un ‘surplus’ produttivo che, devoluto a un gruppo dominante, favorisce la istituzionalizzazione del rapporto generico tra classe contadina e classe dirigente. Il problema che pone l’esistenza e il tipo di utilizzazione di tale ‘surplus’ produttivo, devoluto (imposto) da una casta dominante, è estremamente complesso. Su di esso riposa l’elaborazione teorica, ancora da farsi, sul passaggio da una società senza classi a una società stratificata e ci rinvia alla problematica ben nota del “mutamento di struttura” (2). Non è nostra intenzione trattare qui questo problema; diremmo soltanto che l’esistenza di tale ‘surplus’ implica innanzitutto una definizione teorica del concetto. Una prima distinzione tra ‘surplus’ come fondo d’investimento primitivo e ‘surplus’ come fondo d’investimento “cerimoniale” come ha proposto ad esempio Eric Wolf (3), è essenziale per la definizione teoricamente rigorosa del problema. L’importante è di aver riconosciuto nel tipo di società asiatica la presenza di una classe dominante da cui dipende in larga misura la lavorazione della terra (attraverso le costruzioni agro-idrauliche), dipendenza che suppone l’uso “obbligato” di grandi quantità di forza-lavoro (rappresentata dalla classe contadina) nella costruzione di grandi complessi idraulici per la coltivazione delle terre e, successivamente, nella costruzione di grandi opere non-idrauliche, caratteristiche per la loro imponenza e la loro estensione. Alla natura di queste prestazioni obbligate Wittfogel dedicherà la parte centrale del libro [‘Oriental Despotism. A comparative Study of Total Power, Jale University, 1957, edizione francese, Parigi, 1965, ndr] ignorando deliberatamente la diversità di tali servizi, diversità che permette ad esempio di fare una netta distinzione, storicamente e sociologicamente decisiva, tra schiavitù generalizzata (a cui corrisponde per Marx la società asiatica) ‘corvées’ feudali, schiavitù propriamente detta (modo di produzione antico). Tali distinzioni sono state in gran parte riprese da diversi autori che si sono dedicati alle società contadine (4)” (pag 335-336) [Remo Guidieri, ‘Modo di produzione asiatico e “dispotismo orientale”‘, ‘Problemi del socialismo’, Milano, n. 16, marzo 1967] [(1) ‘Forme che precedono il modo di produzione capitalistico’, Roma, 1956; (2) In particolare R. Dalton: ‘A Note of Clarification on Economic Surplus’ in ‘Economic Theory and Primitive Society’ (New York, 1954); (3) Sulla nozione di “classe contadina” citiamo qualche testo estratto da una bibliografia assai più vasta. Eric Wolf: ‘Peasants’, New York, 1964 e ‘Close corporate Peasant Communities in Mesamerica and Central Java’ (“American Anthropologist”, 1956); Raymond Firth e B.S. Yamey ‘Capital, Saving and Credit in Peasant Societies’ (Chicago, 1964); (4) Per Marx la schiavitù generalizzata è la mano d’opera utilizzabile nella misura in cui essa è disponibile (non vi è criterio di selezione né di computo). La ‘corvée’ feudale invece è fissata da convenzioni e regolata in base ad una periodicità costante (mano d’opera mantenuta in quantità e durata limitate). La schiavitù propriamente detta infine presuppone il calcolo del proprietario per stabilire il migliore rendimento dello schiavo (quest’ultimo essendo considerato proprietà privata)]

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