“Bucharin tentò per primo, in un discorso all’Accademia comunista, il 17 febbraio 1924, una prima opera di schematizzazione del pensiero di Lenin; egli, nonostante lo sforzo di cogliere “l’aspetto storico del marxismo leniniano” esaltava alcune caratteristiche di Lenin a scapito di altre, per suffragare la sua strategia di costruzione del socialismo, concepita come una lenta e ‘organica evoluzione’. Secondo Bucharin «il marxismo di Lenin è una formazione ideologica distinta», in quanto improntata all’epoca del capitalismo monopolistico, della guerra mondiale, della disgregazione dei rapporti capitalistici e della insurrezione operaia. «Come si può – si chiede – caratterizzare l’aspetto storico di questo marxismo leniniano? Lo si può considerare come una combinazione, come una triplice sintesi (…) una sintesi del pensiero di Marx e di tutte le acquisizioni realizzate grazie alla sua applicazione, un’analisi marxista di ciò che la nuova epoca ha apportato (…) la sintesi della teoria e della pratica della classe operaia combattente e vittoriosa (…) la sintesi del lavoro di distruzione e di costruzione del lavoro della classe operaia». La delineazione del pensiero leninista è orientata verso uno sbocco squisitamente buchariniano individuabile nella considerazione che la dittatura proletaria apre un periodo di lavoro di pacifica organizzazione, tipico di tutta la fase di transizione. In definitiva il discorso di Bucharin è un adattamento, una “lettura” particolare delle tesi di Lenin sulla Nep (9). In questa operazione ideologica ognuno per i propri fini, si impegnarono Zinoviev, Kamenev e Stalin protesi nella lotta contro Trotsky, e interessati a tracciare un leninismo dai tratti antagonistici al trotskismo. All’analisi, unilaterale ma indubbiamente intelligente, di Bucharin si aggiunsero teorizzazioni più rozze e scolastiche. Zinoviev interessato più a portare avanti la lotta contro il trotskismo che a definire correttamente il leninismo, propose una formula estremamente semplificata: «Il leninismo è il marxismo dell’epoca delle guerre imperialistiche e della rivoluzione mondiale in parte realizzata in un paese in cui predomina la classe contadina». Zinoviev si preoccupò anche di aggiungere l’indicazione dei ‘testi’ in cui a suo parere si condensava il pensiero del “maestro”: «’Amici del popolo’, ‘Lo sviluppo del capitalismo’, ‘Che fare?’, ‘Due tattiche’, ‘Stato e rivoluzione’, ‘Il rinnegato Kautsky’» (10). L’ortodossia leninista è, però, un prodotto della III Internazionale di Stalin, che la codificò a partire dal discorso ‘Lenin è morto’ tenuto al II Congresso dei Soviet dell’Urss, il 26 gennaio 1924. L’andamento rituale del discorso con la ripetizione di “Ti giuriamo, compagno Lenin”, che accompagnava ogni formulazione dei “precetti” di Lenin, denunciava la volontà di fissare dei canoni da custodire gelosamente e da usare contro gli avversari politici (11). (…) Le avvertenze di Trotsky, tuttora valide, di non avvicinarsi al leninismo in modo dogmatico miravano, al contempo, a difendere la via attraverso cui egli era giunto al leninismo, e soprattutto a far coincidere il leninismo con la propria teoria della rivoluzione permanente. Anche questo era un modo di semplificare e stravolgere il pensiero di Lenin. «La teoria della rivoluzione permanente conduceva direttamente al leninismo e in particolare alle tesi dell’aprile del 1917», questo scrisse Trotsky nel ‘Nuovo corso’, questo ribadì nelle ‘Lezioni dell’Ottobre’. Neppure lui evitò di fornire una particolare versione del leninismo, di cui venivano valorizzati solo gli elementi di rottura con i vecchi bolscevichi (Kamenev e Zinoviev), e di somiglianza con la sua impostazione strategica: per Trotsky la linea del ’17 riassumeva la strategia, o meglio era la ‘lezione’ di fondo di Lenin – le ‘Lettere da lontano’ erano a suo avviso analoghe ai suoi articoli scritti in America (14)” [Franco Russo, ‘Il marxismo di Lenin’, Rosenberg & Sellier, Torino, 1978] (pag 9-10-12-13) [(9) N. Bucharin, ‘Lénine marxiste’, Paris, 1925, pp. 14, 19, 40, 46; (10) G. Zinoviev, ‘Bolscevismo e trotzkismo’, Milano, Feltrinelli reprint, 1965, pp. 3, 8-9; (11) Ha scritto Carr a proposito dell’orazione funebre recitata da Stalin: “Nella forma e nel linguaggio, il discorso, elaborato come nessun’altra cosa uscita dalla penna di Stalin, deriva evidentemente la sua ispirazione liturgica dall’insegnamento ecclesiastico ricevuto da Stalin in gioventù. La fraseologia era di tipo biblico. La struttura era quella di un’antifona, essendo l’enunciazione di ogni ‘comandamento’ di Lenin seguita a un’uniforme risposta in nome dei fedeli (…). A molti bolscevich cresciuti nella tradizione occidentale questa rituale esaltazione del capo dovette suonare estranea e tale sarebbe sembrata alla stesso Lenin” (‘La morte di Lenin’, Torino, Einaudi, 1965, pp. 324-326; (14) L. Trotsky, ‘Nuovo corso’, Roma, Savelli, 1965, pp. 83-85, 89; cfr. ‘Le lezioni d’ottobre’, in ‘La rivoluzione permanente e il socialismo in un solo paese’, Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 87] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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