“I giovani di oggi, leggendolo, come «considerano» Cechov? Commettono il nostro errore di un tempo? E leggendo i lavori teatrali di Anton Pavlovic si dilettano della malinconia dei suoi personaggi? Cechov, proprio come Molière, è, sia nelle commedie lunghe che nelle brevi, un «farceur». I personaggi sono, per lo meno, buffi e nelle ore più dolorose del loro piccolo destino, qualsiasi cosa capiti, qualsiasi cosa dicano, ed anche quando attentano alla loro vita, appartengono al mondo dell’ironia. Cechov non è il Labiche della disperazione. Lo so, c’è Treplev, c’è Nina… o Ivànov e molti altri. Ma il genio tipico di Cechov, la sua propria natura, lo spirito satirico che sempre fu, almeno a teatro, ha fatto entrare nel regno della Commedia la morte e il suicidio, senza che l’una e l’altro sembrino fuori luogo. Medico di professione e malato, conosce troppo bene la realtà fisiologica per prendere sul serio il romanticismo o il decadimento dei suoi personaggi. La morte, in questo teatro, fa parte del magazzino degli attrezzi comici e la derisione è qui uno strumento della farsa. Insomma, io non vedo nessuna tristezza in queste sconfitte, in queste delusioni, in questa estrema vecchiaia. La morte di un giovane è anch’essa un fatto semplice. Siamo lontani da Chatterton. Con questi personaggi di ‘ogni giorno’, Cechov, sorridendo, esorcizza i romanticismi del fallimento e della morte. Perciò, amico lettore, dobbiamo leggere, dobbiamo recitare le opere di Cechov come delle commedie. Sono buffe. Sono ironiche. Sono vive. «La storia non fa nulla a metà; attraversa molte fasi quando vuol condurre alla tomba una vecchia forma sociale. L’ultima fase di una forma storica, è la sua commedia. Gli dei della Grecia, tragicamente colpiti a morte una prima volta nel ‘Prometeo incatenato’ di Eschilo, dovettero subire una seconda morte comica nei ‘Dialoghi’ di Luciano. Perché questo cammino della storia? Perché l’umanità si separi ‘serenamente’ dal suo passato». La storia comparata delle arti e della società conferma questo pensiero di Marx? Sembra di sì. E questa frase di Marx è assai seducente. Il meglio, il più vero, il più autentico di ciò che giunge fino ai nostri giorni è la vena critica, la farsa, l’ironia, la satira (Marivaux, Regnard, Lesage, Beaumarchais, Musset, Mérimée, Giraudoux). La letteratura drammatica inglese conferma l’opinione del filosofo tedesco. E similmente, le nostre satire e le nostre farse del Medioevo impediscono la sopravvivenza dei misteri. Non mi faccio nessuna illusione circa le parole che mi permetto di aggiungere al giudizio di Marx, ma vedo concludersi il V secolo, quello di Eschilo e di Sofocle, con l’opera critica, con l’opera di risanamento, con l’opera di mordace ironia, senza rispetto per gli dei e le leggi del tempo, con l’opera politica e comica di Aristofane. E Brecht, in Germania, dopo Goethe l’eroe, Schiller l’eroe, Kleist l’eroe. All’alba del XX secolo, tredici anni prima di quella Rivoluzione d’ottobre che doveva sconvolgere il mondo, o per lo meno la Russia, muore colui che, sui palcoscenici, ha fatto, quasi scherzando, il quadro crudele di quella società moribonda, di quegli animi infelici, di quei corpi inutili” (pag 5-6) [presentazione di Jean Vilar in Anton P. Cechov, ‘Tutto il teatro. Il gabbiano – Zio Vània – Una domanda di matrimonio – L’orso – Le tre sorelle – L’anniversario – Il fumo fa male – Il canto del cigno – Tragico contro voglia – Platonov – Liescii – Sulla strada maestra – Le nozze – Il giardino dei ciliegi – Ivànov’, Gherardo Casini, Roma, 1966]

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