“In Marx la determinazione del lavoro produttivo nella sua distinzione con il lavoro improduttivo è una questione particolarmente difficile: egli progettava d’affrontarla nel IV volume del ‘Capitale’ e non l’ha mai esposta in modo sistematico. Nel ‘Capitale’ si trovano analisi sparse, ma esse sono soprattutto sviluppate in testi che lo stesso Marx non ha pubblicato, principalmente nelle ‘Teorie sul plusvalore’, nei ‘Fondamenti della critica dell’economia politica’ (Grundrisse) e nel ‘Capitolo VI inedito’ del ‘Capitale’. E’ evidente che per ricostruire una coerenza di tutte queste analisi occorre situarle nel contesto complessivo dell’opera di Marx e delle sue tappe: molti studiosi vi si sono già dedicati anche se la ricerca e la discussione in proposito restano ancora aperte. Da parte mia, mi limiterò solo a indicare alcune linee generali delle analisi di Marx (2). (…) In un dato modo di produzione è dunque produttivo il lavoro che determina ‘il rapporto di sfruttamento dominante in questo modo di produzione’: quello che per un modo di produzione è produttivo può non esserlo per un altro. Di conseguenza, nel modo di produzione capitalistico, produttivo è il lavoro che produce direttamente plusvalore, che valorizza il capitale e si scambia con esso: «Il risultato del processo di produzione capitalistico non è né un semplice prodotto (valore d’uso) né merce, cioè valore d’uso che ha un determinato valore di scambio. Il suo risultato, il suo prodotto, è la creazione del plusvalore per il capitale (…) poiché ciò che vuole produrre il capitale in quanto capitale (quindi il capitalista in quanto capitalista) non è né valore d’uso destinato immediatamente al consumo personale, né merce destinata ad essere prima trasformata in denaro e successivamente in valore d’uso. Il suo scopo è l’arricchimento, la valorizzazione del valore, l’accrescimento di questo, dunque la conservazione del valore esistente e la creazione di plusvalore. E questo prodotto specifico del processo di produzione capitalistico il capitale lo ottiene solo nello scambio col lavoro, il quale si chiama per questo lavoro produttivo» (5). Vedremo subito come in Marx questa definizione di lavoro produttivo (capitalistico) non sia la sola, il che solleva importanti problemi: ‘per il momento diciamo solamente che essa basta a Marx per tracciare le frontiere essenziali della classe operaia’. Così, ad esempio, non è il lavoro che dipende dalla sfera di ‘circolazione’ del capitale o che contribuisce alla ‘realizzazione’ del plusvalore: i salariati del settore commerciale, della pubblicità, del ‘marketing’, della contabilità, i bancari, gli assicuratori, ecc. non producono plusvalore e non fanno parte della classe operaia (lavoro produttivo). Solo ‘il capitale produttivo’ produce plusvalore. In particolare: «il capitale commerciale non è altro se non il capitale che funziona nella sfera di circolazione. Il processo di circolazione è una fase del processo di riproduzione. Ma nel processo di circolazione non viene creato alcun valore, quindi alcun plusvalore». Così: «Il commerciante, come semplice agente di circolazione, non producendo né valore né plusvalore (…) neppure i lavoratori commerciali da lui occupati nelle medesime funzioni possono produrre per lui del plusvalore immediato» (6). Per il capitalista individuale questi lavoratori salariati sono fonte di profitto. Ma dal punto di vista del ‘capitale sociale’ e della sua riproduzione, il profitto del capitale commerciale e bancario non è la risultante di un processo che crea valore, ma di un ‘trasferimento del plusvalore’ creato dal capitale produttivo: questi lavoratori salariati si limitano a contribuire alla ripartizione della massa del plusvalore tra le frazioni del capitale, in conformità ai saggi medi di profitto. Naturalmente, essi sono a loro volta degli ‘sfruttati’, il loro salario corrisponde alla riproduzione della loro forza lavoro: «contribuiscono a ridurre i costi di realizzazione del plusvalore, compiendo una parte di lavoro non retribuito» e si vedono dunque estorcere del pluslavoro, ma non sono direttamente sfruttati sotto il rapporto di sfruttamento capitalistico dominante, quello della formazione del plusvalore. Il loro lavoro si scambia con il capitale variabile solo per il capitalista individuale, mentre, dal punto di vista del ciclo complessivo del capitale sociale e della sua riproduzione, la loro retribuzione rappresenta una spesa improduttiva del capitale, e fa parte dei ‘faux frais’ [spese accessorie, ndr] della produzione capitalistica” (pag 182-183) [(2) Sullo stesso tema segnalo anche il notevole articolo di E. Terray, «Prolétaire, salarié, travailleur productif», in ‘Contradictions’, n. 2, luglio-settembre 1972; M. Freyssenet, ‘Les rapports de production: travail improductif’, maggio 1971, ciclostilato del Centre de sociologie urbaine; il n. 10 (Travail et Emploi) di ‘Critiques d’économie politique’, in particolare gli articoli di P. Salama e C. Colliot-Thélène; M. Mauke, ‘Die Klassentheorie von Marx und Engels, 1970 (trad. it., Jaca Book, Milano, 1971); M. Tronti, ‘Operai e capitale’, 1972; (5) ‘Il Capitale’, Editori Riuniti, Roma, 1968, vol. I, pp. 555 e 558; (5) Il Capitale, cit., vol. I, pp. 555 e 558); (6) Il Capitale, cit., vol. III, pp. 336 e 352; vol. II, p. 117; (7) Il Capitale, cit., vol. III, p. 353 e sgg.]

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