“Ma è davvero una confutazione del ‘Manifesto’ la constatazione che la«funzione altamente rivoluzionaria» che esso attribuisce al modo di produzione capitalistico ebbe un respiro più lungo di quanto non gli attribuissero i suoi autori? E’ legato con questo il fatto che la descrizione avvincente e grandiosa che il primo capitolo del ‘Manifesto’ traccia della lotta di classe tra la borghesia e il proletariato nelle sue linee fondamentali è invero di insuperabile verità, ma tratta in modo fin troppo sommario il processo di questa lotta. Oggi non si può porre la questione in questi termini generali, che l’operaio moderno – a differenza delle classi oppresse del passato, a cui erano state assicurate le condizioni entro le quali esse potevano almeno aver sicura la loro esistenza servile – invece di elevarsi col progresso dell’industria, precipita sempre più profondamente al di sotto delle condizioni della sua stessa classe. Per quanto il modo di produzione capitalistico presenti questa tendenza, tuttavia larghi strati della classe operaia hanno saputo assicurarsi, anche sul terreno della società capitalistica, un’esistenza che si eleva addirittura al di sopra del livello di esistenza di certi strati piccolo-borghesi. Ci si dovrà certo guardare dall’inseguire perciò coi critici borghesi la caducità della «teoria dell’immiserimento» che sarebbe stata proclamata dal ‘Manifesto comunista’. Questa teoria, l’asserzione cioè che il modo di produzione capitalistico immiserirebbe le masse delle nazioni in cui esso predomina, era stata avanzata lungo tempo prima che apparisse il ‘Manifesto comunista’, anzi prima che Marx ed Engels prendessero la penna in mano. Essa era stata avanzata da pensatori socialisti, da politici radicali, anzi prima di tutti da economisti borghesi” [Franz Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma, 1976] (pag 149-150)

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